A volte, ritornano.

Ed eccoci qui, di nuovo in Italia, di nuovo per un imprevisto. Decisamente imprevisto.

Stavolta sono partita con una tristezza familiare ragionata e sedimentata. L’anno scorso c’era la fretta, la paura. Quest’anno c’è stato l’agio di comporre una valigia, di spiegare. C’è stato il tempo di abbracci improvvisi e “io sono triste che tu vai via”. Tutto il tempo di rendersi conto, tutti, della necessità di una permanenza lunga e non voluta.

Che poi, avevo pensato, sarebbe stato meno sconvolgente dell’anno scorso. E invece no.

Quest’anno sappiamo esattamente definire la pesantezza di una tempistica di assenza. Sappiamo cosa implica e come ci sentiremo. Sappiamo che, difficilmente, se anche mi operassi subito potrei tornare prima del 22, data in cui ho prenotato il ritorno, per la stanchezza del dopo intervento, per il costo del biglietto.

Insomma quest’anno abbiamo poco margine per mentirci o illuderci: le cose sono chiare e bene in luce.

Ho iniziato ad avere il magone già dall’aereo, vedendo famiglie con bambini. E come l’anno scorso mi chiedevo se non fosse evitabile, tutto questo. Miliardi di se ad affollarmi la mente, miliardi di interrogativi: ho tralasciato qualche segnale che il mio corpo mi inviava? Ho fatto scelte sbagliate? Ho trascurato la mia salute?

Quest’anno posso dire serenamente di no, e già questo aiuta ad accettare meglio il tutto.

Non toglie però nulla alla nostalgia, al senso di oppressione che mi prende a sapere il resto della mia Tana lontana. Mi sento un po’ il riflesso di qualcosa che è altrove.

Pollyanna dice che ormai so che passerà, e che posso sfruttare questa consapevolezza a mio vantaggio.
Nell’immediatezza non ho ancora capito come, ma confido di passare tanto tempo con lei, mi farò spiegare.