Alfredino

In quella, si presuppone, calda quasi metà di giugno del 1981, avevo 4 anni e mezzo e una sorellina di 3 mesi, non ricordo affatto cosa stessi facendo.

So perfettamente, però, cosa stessero facendo i miei genitori.

Il 10 giugno del 1981 un bambino, Alfredo Rampi, di appena 6 anni, cadde in un pozzo artesiano a Vermicino, vicino Frascati, nella campagna dell’hinterland romano.
Si attivò la sera stessa la macchina dei soccorsi, che, col senno di poi, commise parecchi errori ma che non lasciò nulla di intentato, dal calarsi nel pozzo al calare qualcosa affinché il bimbo potesse aggrapparsi, al creare un pozzo parallelo.

Per la prima volta nella storia della televisione italiana fu organizzata, il 12 giugno, una diretta in seguito alla notizia che i tentativi sarebbero andati a buon fine di lì a poco. Una diretta di diciotto ore, con mezza Italia a pregare, a piangere, a sperare. La prima volta che la tv indagava su drammi privati e li presentava per quelli che erano: umani, fatti di lacrime, invocazioni, speranze, rabbia, incredulità.

Quella diretta tenne incollata una generazione intera davanti ad una tv a sperare nel lieto fine di una vicenda crudele e per molti versi assurda. La generazione di chi aveva figli piccoli e aveva bisogno di sperare che quel bimbo tornasse a sorridere dalla sua mamma e dal suo papà.
Alfredino ebbe milioni di mamme, sul bordo di quel pozzo.

Accorse il Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, che parlò col bambino, fece coraggio ai genitori e infine, come tutti, in lacrime apprese dall’ultimo soccorritore che Alfredino non ce l’aveva fatta.
Ci furono molte critiche per l’aspetto mediatico della vicenda, per il dolore messo in piazza e lasciato uscire dalla sfera intima dei congiunti.
Ora, in piena era dei reality, una critica del genere fa quasi sorridere.

Alfredino fu il bambino simbolo del non arrendersi e fu la constatazione che non tutto ha un lieto fine.
Quella lunghissima notte, che i miei genitori e molti loro coetanei ricordano ancora, portò il privato nel pubblico, nel bene e nel male.

In quell’inizio di un 13 giugno di 33 anni fa ci si confrontò, come mai prima di allora, con l’attualità e con la cronaca, quasi a tu per tu.
Intorno al pozzo, virtualmente, a tifare per quel bambino così piccolo e così ingiustamente in pericolo, ci furono 21 milioni di persone, zitte o a pregare o a piangere. Ci fu, nella realtà, una folla di 10000 persone. Ci fu un Presidente della Repubblica a far forza ad una madre disperata. Ci furono uomini di tutte le estrazioni sociali, ci furono volontari, ci furono giornalisti, ci fu gente comune.

Queste furono le parole del giornalista Giancarlo Santalmassi, il 13 giugno 1981, durante l’edizione straordinaria del TG2:

Volevamo vedere un fatto di vita, e abbiamo visto un fatto di morte. Ci siamo arresi, abbiamo continuato fino all’ultimo. Ci domanderemo a lungo prossimamente a cosa è servito tutto questo, che cosa abbiamo voluto dimenticare, che cosa ci dovremmo ricordare, che cosa dovremo amare, che cosa dobbiamo odiare. È stata la registrazione di una sconfitta, purtroppo: 60 ore di lotta invano per Alfredo Rampi.

Una vicenda che ancora oggi, a 33 anni di distanza, fa leggere negli occhi di chi l’ha vissuta in quella sorta di diretta mediata, lo stesso sconcerto, un barlume di speranza e poi, inesorabilmente, la tristezza.