Attività extrascolastiche: come mi regolo?

Le attività extrascolastiche sono importanti per i bimbi, ma si corre sempre il rischio di imporsi, anche solo condividendo i nostri interessi, di forzarli

Da bambino, ho praticato e poi interrotto un’infinità di attività extrascolastiche. Per un certo periodo sono andato in piscina. Poi ho smesso, perché mio fratello si ammalava sempre di bronchite (?).
In seguito feci scherma. Poi ho smesso, dato che nel doposcuola il corso di scherma ha chiuso.
Dopo ancora, il tennis. Poi ho smesso: nel circolo presso cui andavo è CROLLATO il soffitto di una piscina coperta ed il circolo stesso ha chiuso per non riaprire mai più (!).
Invidiavo molto, all’epoca, i bambini che potevano permettersi di stufarsi di qualcosa: io non ne ho mai avuto il tempo… il “qualcosa” si è sempre stufato lui di me, prima che me ne stufassi io.

Questa serie di vicissitudini, che mi hanno visto impotente vittima dei casini altrui, hanno comportato alcune conseguenze.

  • La prima: sembrava destino che da bambino non facessi sport e, infatti, alla fine non ne ho praticamente fatto, ripiegando sulla musica (senza aver smesso, ancora oggi, evviva!).
  • La seconda: è nel mio imprinting che, oltre a sopravvivere e a fare le cose “importanti”, sia basilare fare qualcos’altro, qualcosa che ci dia soddisfazione e costituisca per noi un interesse.

Crescendo e conoscendo il concetto di interessamento alle cose, ho infatti potuto dedicarmi – nel senso letterale del termine “dedizione” – ad imparare gli strumenti musicali, il palcoscenico, il suonare con gli altri, l’ascolto condiviso, la presenza di un qualche interesse che fungesse da catalizzatore dei pensieri di ragazzino e poi di adolescente e ancora dopo di giovane uomo.

Sono arrivato all’età adulta facendo un numero fisiologico di stupidate, senza che la semplice noia di vivere mi facesse eccedere. Droghe viste e non viste, in ambienti dove ci si drogava di rock, audiocassette copiate dai CD in affitto e sempre nuove soluzioni strumentali fighe per la nostra fame di crescita musicale. Pochissimi pomeriggi passati a bighellonare senza meta o solo per cercare di farsi vedere dall’altro sesso (tanto eravamo brutti e sfigati, l’altro sesso capitava giusto a casaccio e ci andava sin troppo bene così): più proficuo affiggere sulle bacheche dei negozi di dischi “cercasi bassista” o attraversare la città, arrivare da Cherubini e provare quel nuovo sintetizzatore i cui soldi per l’acquisto avrei avuto – forse – solo “da grande”. Innumerevole, poi, il numero di ore passato in cantine e garage a provare di far suonare decorosamente roba indecorosa, con mani parimenti ignobili.

Sono sopravvissuto così agli anni dell’autostima sotto la suola delle scarpe, divertendomi a modo mio e senza distruggermi. Rinascessi, lo rifarei – con più autostima, magari.

Ora faccio da timone a un piccoletto che ha appena compiuto quattro anni. I dubbi sono tanti.

Ci terrei che lui facesse sport – chissà che magari la maledizione non salti una generazione! È importante per il corpo e aiuta anche l’anima e la socialità. Faccio fatica però a pensare di imporgli l’attività o capire quanta debba farne. E se ne scaturisse una reazione inversa? I bambini hanno bisogno di muoversi, sfogare, far lavorare il corpo oltre che la mente… ma chi dice che nuotare, o calciare un pallone o qualunque altra cosa sia il tipo di sfogo adatto a lui? Devo decidere io a proposito di qualcosa che deve piacere o non piacere a lui. Non posso certo affidare a lui la decisione in merito, è troppo piccolo ed è una responsabilità che non merita. Ma è tanta la preoccupazione di farlo troppo stressare sino al punto che lo sport smetta di piacergli e lo viva come una forzatura.

Se si parla poi delle “mie” passioni, la musica, il palco, il teatro, beh, lì i dubbi si amplificano ancora. Il bimbo sa che ho delle passioni e sa benissimo quali. Se lo spingessi a seguire le mie orme, come si sentirebbe? Stimolato da un esempio o costretto a replicare sogni e percorsi di chi è venuto prima di lui? Francesco semplicemente impazzisce quando sente la musica, ne ascolta di diversissima, è piccolissimo ma già ha assaggiato tanti generi diversi, ha già dei gusti. Balla in maniera irrefrenabile, se la musica lo prende. Eppure ho atteso quasi sino al suo quarto anno per domandargli timido e senza pressioni “se mai dovessi voler imparare uno strumento, quale ti piacerebbe?”: la risposta è stata un secco e deciso “nessuno”. È qualcosa che va rispettato. Per dire, i miei genitori non capirono a tempo debito che mandare me a lezioni di piano non comportava di default le parallele lezioni di chitarra per mio fratello. Questi smise ben presto di andarci e prese a spendere la retta della scuola di musica in videogiochi – in effetti ne aveva tanti, ma la chitarra non la sa suonare.

In sintesi, anche questo aspetto rientra nell’innumerevole novero delle voci “per le quali non viene fornito ai genitori alcun libretto delle istruzioni”. Non esiste regola né modalità giusta. Sono convintissimo che vedere noi adulti interessati alle cose sia di grande stimolo ed esempio; credo che proporre ai figli delle attività adeguate, dando un colpo al cerchio del “fare le cose per bene” e un altro alla botte del “viviamo i nostri hobbies con la dovuta leggerezza”, sia importante per fargli respirare i concetti di impegno ed interesse personale. Quanto al come, al quanto, al quando, onestamente, ancora brancolo nel buio.