Autonomia, portami via.

Avere due figli, maschi, di età ravvicinate la cui somma algebrica è maggiore di 10, significa aver fatto una croce sopra a tutto ciò che di rosa e femminile poteva esserci nella propria vita da mamma.
A meno di una estemporanea pazzia, la progenie in casa Latana sarà esclusivamente portatrice sana di cromosoma Y, perciò la fra si è, come dire, rassegnata a una quotidianità decisamente maschile.
Mentre quando i bambini erano piccoli c’era ancora quella fase emulativa con giochi che includevano pentoline, cucine, bambolotti e simili, arrivati prima a ridosso dei sei anni per il principe ereditario e poi di cinque per quello cadetto, la Tana ha iniziato a riempirsi di giochi decisamente di genere.

I miei figli giocano a fare i pirati, a fare la lotta, con le costruzioni, a fare la lotta, con i Playmobil, a fare la lotta, coi mostri, a fare la lotta, coi videogiochi dei supereroi e… ho già detto a fare la lotta?
Ecco, siamo in quel periodo, proprio in quello. Il periodo del gioco simulato e strutturato: la lotta stessa avviene non tanto per ammazzarsi a mazzate (cosa che si sospettava fosse lo scopo primario in precedenza), ma per compiere uno strano rituale in cui noi grandi non siamo assolutamente più compresi.

Così anche nelle altre attività, a noi genitori è ormai lasciato il compito di osservatori, se silenziosi è anche meglio.
Il gioco è più autonomo e ha, anche se a volte a noi grandi sfugge, uno scopo, sempre: che sia quello di sfogare energia o la realizzazione di qualcosa attraverso le costruzioni o che sia qualunque cosa, ma una direzione si percepisce.

Questa età di mezzo tra il bimbo piccolo che ci dava la mano e il ragazzo autonomo che ci chiederà le chiavi di casa, inizia proprio con l’individuazione autonoma di una finalità dietro ad un percorso. Il giocare stesso non è più sperimentazione fine a se stessa ma ha un suo punto di arrivo ideale che anche se non viene raggiunto del tutto dà comunque la strada da seguire.

Mentre prima i Patati, soprattutto il grande, chiedevano spiegazioni e aiuto riguardo ai loro giochi, oggi sempre più spesso chiedono consigli. La differenza è evidente; l’autonomia, soprattutto quella di pensiero, guadagnata è immensa.

È insomma iniziata quella fase in cui noi genitori non dobbiamo più solo insegnare ma dobbiamo anche, pur mantenendo il nostro ruolo, diventare più complici, dare suggerimenti invece che dire “si fa così”.

È iniziato il percorso della presa di coscienza di se stessi, da parte dei Patati. Per il piccolo sarebbe ancora presto ma con lo stimolo continuo del fratello più grande è destinato a bruciare più di qualche tappa. Il grande è nel delicatissimo momento in cui ha coscienza di poter e saper fare molte cose in autonomia e quindi deduce di poter fare più o meno tutto senza rischi. È una fase importantissima e per noi è un camminare sul filo: da una parte plaudiamo la sua autonomia, dall’altra dobbiamo fargli capire che l’autonomia non è un concetto assoluto bensì atrocemente relativo, il tutto senza frenare il suo entusiasmo o ferire il suo ego in sboccio. E noi che pensavamo che la fase più complicata da gestire fosse quella dei terrible twos!

E no, quando vi dicono che quando i figli crescono tutto diventa più facile, non credetegli: è la solita, pietosa, bugia.
Diventa però sì tutto più complesso, ma infinitamente più stimolante e molto bello, solo in maniera in diversa!