Bambini, tecnologia e buoni propositi

I nostri figli, al contrario nostro, sono nativi digitali: è opportuno mettere dei paletti?

Se una cosa ho imparato, a mano a mano che mio figlio cresce, è che i buoni propositi astratti sono inservibili. Arriva la realtà concreta ed esige le sue mediazioni, i suoi accorgimenti, i suoi compromessi.

In tema di rapporti tra tecnologia e bambini, questo tipo di dilemma raggiunge forse il suo apice. Il motivo è semplice: noi tutti abbiamo memoria di come siamo stati cresciuti, educati, di come ci si approccia alla scuola, allo sport, alle amicizie. Sono realtà molto cambiate nei decenni, ma almeno, quando eravamo piccoli noi, esistevano già. Abbiamo dei parametri. Smartphone, tablet, internet e social no, non c’erano: quella appena nata è la prima generazione totalmente nativa digitale della storia.

Non solo quindi è impossibile fissare dei paletti originari. Ci manca proprio la cognizione di cosa significhi, per un bambino più o meno piccolo, essere circondato da dispositivi touch, da informazioni immediatamente accessibili, da una connettività che me la sognavo nei miei trent’anni, figuriamoci nella prima infanzia. Non ci resta quindi che navigare a vista e tentare, probabilmente sbagliando, di rapportare questa novità ai tanti altri aspetti delle nostre esperienze.

Per questo abbiamo fissato qualche paletto da seguire, oggi che nostro figlio ha tre anni (per la verità, già nei mesi precedenti… parliamo di bambini che, ad un anno di età, sono in grado di accedere alle impostazioni di Android e cambiartele). Consapevoli che, crescendo il bambino, probabilmente anche i paletti, o almeno le loro dimensioni, andranno rivisti.

Ecco quindi le nostre “regole”:

  1. Il troppo stroppia.

    Di per sé, un video carino su Youtube non fa male. Anzi, c’è un sottobosco di simpatici video didattici, provenienti un po’ da tutto il mondo, che per un bambino in età prescolare sono estremamente stimolanti e, se presi bene, con la scusa di macchinine e animaletti, aiutano a memorizzare cifre, lettere, concetti logici. Francesco conosce i numeri da uno a dieci e tutte le lettere dell’alfabeto già da tempo, sia in italiano che in inglese: non lo portiamo in esposizione per i paesi, per questo, ma male certo non farà. Ciò che diventa allarmante, invece, è la potenziale alienazione. E quella la riconosci subito.

    Internet ha il terribile difetto di inficiare la concentrazione di adulti – che però hanno i loro strumenti per recuperarla – e bambini. Ci sono momenti in cui il bambino, che sin lì ha seguito un video per dieci minuti filati, inizia a cambiare contenuto. Acquisirne qualche secondo e poi cambiarlo. Poi continuare a scrollare e di nuovo cambiare contenuto, il tutto in termini che, nell’arco di un minuto, possono diventare compulsivi. Il gusto per lo scroll supera quello per il video. Nulla di diverso da ciò che faccio io su Wikipedia, quando leggo un approfondimento e poi, incuriosito da un’informazione laterale, vi accedo, magari deragliando in direzioni inaspettate e senza accorgermi che sono passati minuti, se non ore. Il rischio di alienarmi lo corro anche io, ma di certo questo non incide sull’assetto dei miei neuroni. È invece plausibile che un bambino sviluppi connessioni anomale, se sottoposto ad imput compulsivi in età non adatte. Appena assistiamo a quello scenario, fine delle trasmissioni, gli smartphone devono sparire e l’overflow si deve interrompere, subito. Il bambino farà un capriccio ma, tutto sommato, se la compulsione non diventerà cronica, sarà un capriccio qualunque e lo si arginerà in tutta tranquillità.

  2. Resta tra noi!

    La cosa davvero allarmante, nel guardare gli adolescenti in strada alle prese con i propri cellulari, è vederli come organismi completamente chiusi in se stessi, anche se sono in gruppo, che dialogano unicamente tramite connessione wireless. Ci sono, ma sembrano non esserci. Lungi dall’essere un adolescente – e ben lontano dall’avvertire la nostra presenza come un fastidio, anzi, il contrario – anche nostro figlio, se lasciato a se stesso davanti a uno schermo 6 pollici, corre il rischio di non ascoltare più ciò che gli avviene intorno, non replicare, non rispondere alle domande. Per questo cerchiamo di partecipare il più possibile alle sue esplorazioni on line, interagire, commentare con lui. Per ora gli piace (“a papà, che palle, zitto, fammi ascoltare in pace” me lo aspetto, ma più in là) e anzi, è lui il primo a riportare e ripetere, a raccontarci cosa sta vedendo, a ridere apertamente di qualcosa di divertente. Lo teniamo legato al mondo reale.

  3. l dispositivo è solo un veicolo, non il divertimento in sé.

    Una soluzione astuta ci arriva, in soccorso, dalla possibilità di importare sullo schermo televisivo gli stessi contenuti multimediali che si trovano sul cellulare o sul tablet. Questo sposta il focus, dallo strumento in sé al contenuto di cui si fruisce. Bastano smart tv da poco, decoder banalissimi, roba anche rudimentale. Un video su Youtube visto sullo schermo di una televisione è lo stesso identico video. Con degli enormi benefit, però: l’interazione immediata si limita, la concentrazione è facilitata, il bambino che con un dito viaggia più veloce della luce, con un telecomando arranca ed è più semplice, per noi, valorizzare il contenuto. A quel punto, diventa “mamma, fammi vedere Leo il camion”, piuttosto che “mamma, dammi il cellulare”.

  4. Mai da solo.

    Sa solo il cielo cosa può saltar fuori, anche con la più innocua navigazione on line. Nei limiti del possibile, bisogna essere presenti corpo ed anima, se bambini piccoli hanno accesso alla rete. Mi rendo ben conto che, dei tanti paletti, questo è quello che più di tutti risentirà del tempo destinato a passare. Come fare, con dei figli preadolescenti e il loro desiderio di farsi i loro giri virtuali in santa pace? Come mettere dei limiti senza creare repressione, come dosare apertura e chiusura, come evitare insomma che la rete social diventi il frutto proibito, agognato e negato, con tutti i rischi del caso? Francamente, non ne ho idea. Facciamo che ne riparlo tra dieci o dodici anni.

  5. Internet è solo uno dei tanti passatempi.

    Da questo punto di vista, mi rendo conto che moltissimo abbiamo fatto di buono e moltissimo abbiamo sbagliato. In primo luogo, tra i due genitori, soprattutto io sono un soggetto fortemente connesso e che ama utilizzare la rete (ritengo di utilizzarla più di quanto essa non utilizzi me, ma riconosco di doverci stare attento): il mio esempio non sarebbe il migliore e, per quanto mi sforzi di non eccedere quando sono in casa, in alcune giornate la cosa salta all’occhio. Però, intanto, ho personalmente fortemente limitato la continua verifica delle notifiche, se sto con mio figlio e, devo dire, il risultato non mi dispiace. So di dover proseguire su questa linea e ho tutta l’intenzione di migliorarmi.

    Il bambino è in grado di stare una giornata intera senza avvicinarsi a un dispositivo touchscreen se non poco prima dell’ora di cena. Dalle coccole col papà al mattino a una ventina di minuti di cartoni animati alla doccia a una giornata intera all’asilo a una passeggiatina con la mamma o con i nonni, per moltissime ore al giorno il rischio è scongiurato. Il rito serale prevede un po’ di gioco, la lettura di un suo libricino con i genitori, il lavaggio dei dentini, bacio al papà e nanna con la mamma.



    In questo scenario complessivamente positivo, la cena con lo smartphone alla mano è l’elemento sbagliato. Non siamo stati sufficientemente bravi ad estinguere sul nascere la cattiva abitudine e, seppure sia possibile farlo mangiare anche senza – e comunque a prescindere dallo – smarphone, quell’oggetto ingombra quasi sempre la nostra tavola serale ed è un vero peccato, perché non è mai stata una prassi, nemmeno per noi due adulti. Certo, dura poco. Certo, non supera l’ora al giorno. Certo, è nel momento in cui più di tutti ci si può stare attenti. Tuttavia, il bambino si perde momenti di condivisione reale che sono sempre irripetibili. In un mondo ottimale, glielo toglierei a forza. Nel mondo nostro, in cui i buoni propositi astratti fanno i conti con i dovuti compromessi, sappiamo di doverci muovere un passo alla volta, senza strappi, rosicchiando pochi centimetri di progressi positivi un tot al giorno.