Bicult: quando una famiglia è biculturale

Sono una mamma single con un figlio misto afroitaliano italosenegalese.

Momo ha la pelle scura e i ricci neri morbidi e l’altro giorno mi ha detto mamma siamo diversi, tu sei nera e io sono bianco e siamo belli ed e’ stata la prima presa di coscienza, nei sui primi tre anni di vita, della nostra differenza. Non importa se ancora confonde me con sé stesso, intanto comincia a vedere, che è poi il nòcciolo della questione.

Vedere, guardare, osservare, è un gesto neutro, senza giudizi.

Appena uso la parola diverso tutti si spaventano, come se la diversità fosse una menomazione, qualcosa da non nominare, qualcosa di imbarazzante.

Non parliamo di quando uso la parola nero!

Relazionarsi con una persona diversa da noi (qualunque sia la sua diversità) comporta (a volte) alcune fatiche aggiuntive: fingere che questa diversità non esista comporta la negazione della propria e dell’altrui identità.

Detto tra di noi, preferisco un po’ di (a volte) fatica.

 

Io faccio tre lavori, due dei quali hanno a che fare con la diversità: mi occupo di immigrazione cioè di tutta la burocrazia che riguarda il migrare come consulente privata, e mi occupo di coppie miste come counsellor – e poi faccio un lavoro normale con un minuscolo b&b.

Quotidianamente lavoro per rendere la diversità un fatto normale (da non confondere con appiattire le diversità né con renderle uguali) e intendo farlo sottolineando quello che ci rende diversi gli uni dagli altri, cosi da non lasciare non detti e quindi non risolti.

Tengo un blog, in cui racconto la storia della mia famiglia, inizialmente composta da tre, ora da due persone: racconto di me, di Momo, di come si fa (secondo me) la mamma single, di come si cresce un figlio misto e di come si cresce un figlio afroitaliano, e a volte racconto del mio lavoro e delle fatiche del migrare.

Di diversità ce ne sono così tante nella mia vita che forse non so vederle altro che come perfette normalità: è la mia quotidianità quotidiana.

Il mio blog si chiama Diaxasso, che in wolof (una delle lingue del Senegal) significa mescolarsi.

Collaboro anche con l’associazione Smallfamilies, tanto per non farmi mancare nulla.

E da oggi comincia la mia nuova avventura su Instamamme insieme a voi.

Scattate con Lumia Selfie

 

Momo, mio figlio, ha anche una metà di se’, cioè della sua famiglia e delle sue origini, africana, e questo implica un bagaglio notevole, un bagaglio di culture enorme e molto complesso a cui, in parte mi interesso e cerco di far interessare lui (per un’altra parte lascio che sia il suo papà a interessarsene): una famiglia bicult non è solo un luogo doppiamente mitico, ma è anche un luogo in cui a un bambino si fanno i regali a Natale e anche per la Koritè, a cui si raccontano le storie degli eroi bianchi e di quelli neri, dei personaggi italiani, europei e africani, che ha una nonna qui che vede tutte le settimane e una nonna in Senegal che non ha ancora mai visto, una nonna che gli regala i trenini e mi aiuta a crescerlo e una che gli ha mandato in dono un gris gris di protezione alla sua nascita.

Non è solo (ma è anche) una famiglia in cui ci sono caratteri diversi e diversi approcci alla vita, come succede in ogni famiglia: a volte però gli approcci diversi risultano poco comprensibili a una metà di questo piccolo mondo e bisogna mettersi di buon impegno a spiegarsi e cercare di farsi capire e a tratti questo è facile, altre volte molto difficile oppure impossibile.

E’ una famiglia con enormi distanze anche geografiche, unita dall’amore per una piccola persona a cui mi sembra sia stata data una enorme responsabilità, quella di tenere insieme dentro di sé, non solo due persone, come avviene per tutti i figli di genitori separati, ma anche due mondi, tanto diversi tra loro.

Il mio compito nel cercare di raccontarvi la mia famiglia bicult servirà anche a me, e a Momo, per provare ad alleggerire per lui e per tutti i bimbi come lui, questa così grande responsabilità.

 

Ma noi non siamo il solo esempio di famiglia biculturale che intendo portarvi, ce ne sono molte e con molte declinazioni.

Anzi spero che questo possa essere uno spazio condiviso, spero che mi vorrete raccontare ogni vostra forma di incrocio culturale, di declinazione della diversità all’interno del microcosmo che abitate, per parlare sempre più lingue e per costruire, insieme, un luogo in cui quando si dice diverso si dice uguale.