Bullismo a scuola: come si manifesta e cosa si può fare?

Bullismo a scuola, un fenomeno in crescita. Che cos’è? Come si manifesta? Grazie all’esperienza della nostra amica vediamo come possiamo comportarci.

Cos’è il bullismo? Quando si può parlare di bullismo?

Ne sentivo parlare da lontano, mi saltava all’attenzione il caso più eclatante del bullismo sui social  ( cyber-bullismo- mi terrorizza l’idea! -), ma non avevo mai approfondito, come al solito accade, solo “quando non ti tocca”.

Un episodio di bullismo che entra nelle cronache mediatiche fa indignare, spaventare e fa chiedersi: ” perché non si è intervenuti prima? cosa è stato fatto e cosa no? “.

Cos’è il bullismo?

Per definizione etimologica bullismo è la traduzione italiana dell’inglese bullying, cioè un insieme di comportamenti in cui qualcuno ripetutamente fa o dice cose per avere potere su un’altra persona o dominarla.

Il bullo vuole prevaricare sul più debole, fragile, “diverso”…con azioni ripetute e aggressive, in varia forma e misura.

Con il bullismo siamo di fronte a “carnefice” e “vittima” ma più spesso le vittime sono due.

Anche il cosiddetto bullo è vittima, anche se viene difficile capirlo ed accettarlo subito, di se stesso, di un ambiente familiare infelice, di patologie non diagnosticate, non “certificate” e minimizzate.

Come si manifesta il bullismo?

Da uno studio della Federazione Italiana Società di Psicologia (Fisp), è emerso che si parla di bullismo quando la vittima subisce:

  • Offese, parolacce e insulti
  • Aggressioni fisiche
  • Derisione per l’aspetto fisico o per il modo di parlare
  • Diffamazione
  • Esclusione per le proprie opinioni

Il fenomeno del bullismo si sta verificando sempre più precocemente, già intorno ai 5-6 anni.

Anche se non si parla ancora di bullismo, sono atti di prevaricazioni veri e propri, dolorosi come le prese in giro, l’isolamento, le spinte, il rubare le proprie cose o romperle, il creare gruppi da cui escludere il bambino preso di mira, il non invitarlo alle feste…

Ve ne parlo ora che il mio dolore di madre si è attutito, ora che non faccio più da cassa di risonanza al disagio e alla sofferenza che la nostra primogenita ha provato in 1° elementare.

Annamaria è stata oggetto di simili prevaricazioni, ripetute e sistematiche, da un compagno di classe da cui lei era molto incuriosita ed attratta, a detta sua, con l’intento di scoprire perché facesse così il monello.

Il bullismo è subdolo, è sottile, fa sentire in colpa chi ne è vittima, mette in crisi i genitori di chi ne è vittima per non aver saputo strutturare emotivamente in modo più forte e corazzato il proprio figlio e fa soffrire in silenzio.

Noi ci siamo accorti quasi subito, per fortuna, che qualcosa in Annamaria non tornava.

Era più insofferente, più nervosa, non voleva andare a scuola ( mentre prima ci andava saltellando di gioia) ma soprattutto mangiava meno, svogliatamente e andava in panico reale, non da capriccio, per andare in camera sua, a dormire.

Pianti strazianti, impanicati pur di non restare sola in camera sua a dormire, frequenti ripetuti risvegli notturni senza motivazioni familiari che avessero potuto provocare un tale disagio e ci siamo detti: ” ci deve per forza essere qualcos’altro”.

Per fortuna un giorno ha svuotato il sacco, ha buttato fuori la sua paura di tal bambino che la spinge, le da calci in gola, le strappa capelli, le rompe gli oggetti e la impaurisce perché la minaccia.

Era poco prima di Natale e per allentare la sua pressione e anche la nostra, ci siamo presi una vacanza e siamo “scappati” lontano, ci siamo regalati una vacanza in montagna rigenerante.

No al bullismo: cosa fare?

Abbiamo subito parlato con le insegnanti, in particolare con una che è più predisposta alla parte emotiva del lavoro del docente e con la direttrice didattica esprimendo il nostro reale disagio e la nostra preoccupazione.

Ci siamo fidati del loro chiederci di avere pazienza e fiducia che la famiglia del bambino in questione si stava attivando.

Hanno accettato la richiesta di Giacomo di avere più ore di potenziamento rivolte alla nostra classe e hanno confermato che lo stato di “emergenza” non era vissuto solo da Annamaria.

Questa apertura e collaborazione attiva ed empatica ci ha calmati molto.

Purtroppo poi è successo un episodio allarmante ed è stato necessario coinvolgere tutta la classe ed indirre una riunione d’emergenza. Prima della riunione sia io che mio marito, abbiamo potuto avere il tanto atteso confronto con la famiglia del bimbo ed è stato uno scambio umano importante, seppur non risolutorio negli atti.

Nei casi di bullismo diventa necessario saper FARE GRUPPO, FARE COMUNITÀ!

Disinvestire sul proprio individualismo ed investire sul NOI.

In questo contesto di gruppo sociale nuovo che è appunto la scuola, è fondamentale come si pone l’ente scuola stesso.

La scuola è in frizione, è includente o escludente nei confronti dei genitori e dei loro S.O.S.? Nega il problema , lo minimizza o punta sulla relazione e sul fare insieme?

La scuola deve e può ancora costruire la comunità, può e deve mettersi in rete con le famiglie, far sentire appartenenti.

Le aspettative che entrano in gioco sono multiple, sono della scuola, della famiglia e dei bambini e possono non coincidere, vanno ridisegnate insieme, vanno mediate altrimenti si genera una sfiducia sotterranea ed una aggressività più o meno latente.

Se nella classe c’è un disturbo costante di comportamenti reattivi , l’insegnante va in crisi.

Il bambino disturbante sente il conflitto e lo porta a livelli più alti.

I genitori delle “vittime” si alterano perché vedono la situazione sfuggire e i genitori del bimbo in questione si sentono umiliati e sotto tiro.

Prima che avvenga il corto circuito, bisogna fare un passo indietro, fare dell’autocritica e abbassare le aspettative.

Nessuno di noi genitori può sapere fino in fondo che abito indossa nostro figlio come studente, perciò dobbiamo uscire dall’isolamento e dal silenzio e chiedere aiuto subito.

Innescare un cerchio di comunicazione innesca empatia ed ascolto.

Noi siamo stati aiutati a capire che dovevamo indirizzare l’interesse di Annamaria altrove, allontanarla da lui, affinché lo lasciasse decantare nelle sue tensioni, fosse più paziente e meno presente quando lo vedeva teso, arrabbiato e capire che non era sereno in quel periodo.

Lavorare su di lei innanzitutto per farle sentire che la famiglia c’era e vedeva, noi eravamo tutti concentrati sul suo star meglio ma anche la scuola c’era e vedeva e soprattutto interveniva e poi per farle sviluppare empatia verso il disagio del suo amico e farle prendere le distanze dai suoi sfoghi.

A gennaio scrivevo così:

“Ma quando tuo figlio sta male e non dipende da te, stai davvero male.

E non ti senti per niente brava.

Anzi sei piuttosto incavolata col tuo essere impotente, ma sei in ascolto, sei in contatto, aspetti.

E aspetti vigile e attivo che le cose si evolvino e con esse, anche l’umore di tua figlia, che ha gli occhi che parlano e in questi giorni sono liquidi ed impauriti, come i tuoi.”

Ora va molto meglio, perciò lo posso dire fare comunità è ancora possibile!
Riferimenti bibliografici:

Saint-Pierre F. (2015). Bambini e bullismo. Tutto ciò che bisogna sapere per poter agire. Red Edizioni

Diego Mecenero “Lo smontabulli

Sito: Bullismo.info

Dott. Domenico Neto, neuropsicomotricista

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