Cacao, amaro

Iaho ha 6 anni. O almeno dovrebbe.

Tra l’età reale del piccolo Iaho e quella che vive ogni giorno, c’è un numero variabile di anni che paga in sudore e lavoro.
Un lavoro che vede fare a suo padre, ai suoi fratelli, ai suoi amici. Un lavoro che permette alla sua famiglia di mangiare, sostanzialmente, e che permea e modella la loro vita.

Iaho è nato in una famiglia di persone che lavora in una delle piantagioni di cacao dell’Africa sub-Sahariana ed è figlio di una cultura in cui i bambini sono ancora braccia per lavorare, più che menti da coltivare.

Il piccolo Iaho probabilmente non sa che i suoi coetanei, quelli più fortunati, quelli con genitori più abbienti o semplicemente più moderni, mentre lui mette le sue mani al servizio della raccolta dei frutti del cacao, sono seduti su un banco di scuola.

Il piccolo Iaho ha davanti a sé un futuro da cui difficilmente riuscirà ad affrancarsi: considererà il lavoro come il suo scopo primario, non imparerà a leggere e scrivere, sarà costretto a rivolgersi ad altri per compilare un documento, firmerà con una X.

Una X sul suo presente di bambino, una X sul suo futuro di uomo adulto.

Quella di Iaho è solo una delle tante, troppe, storie di bambini che bambini non lo sono stati, né forse lo saranno, mai.

Culturalmente inconsapevoli e provati da povertà e disagi sociali, civili ed economici causati da guerre, in Africa ancora oggi molti bambini vengono coinvolti nella tratta e nello sfruttamento dell’infanzia.

A livello socio-economico, la povertà delle famiglie e la disuguaglianza sociale predispongono, di fatto, i bambini al lavoro e allo sfruttamento. Molti bambini rinunciano alla scolarizzazione a favore di un lavoro che aiuti la famiglia a sopravvivere.

A livello socio-culturale il lavoro infantile è stato storicamente e tradizionalmente considerato un mezzo per fornire al bambino competenze che gli permettessero di avere un sostentamento per lui e per la sua famiglia, una volta diventato adulto.

Per molte bambine, inoltre, lavorare come fille de ménage (ragazza che fa le pulizie in casa, sostanzialmente) significa entrare a contatto con la società, lasciare il villaggio e confrontarsi con la vita cittadina (seppure in maniera parziale e deviata, evidentemente)

Il piccolo Iaho, e con lui altre migliaia di bambini, rischia ogni giorno di ferirsi, mutilarsi, perdere la vita attraverso azioni e macchinari che non ha la maturità di gestire, di cui non ha le capacità di prevenire il potenziale pericolo.

Nella sola Costa d’Avorio il lavoro infantile si concretizza in trasporto di carichi pesanti, utilizzo di macchinari agricoli o tessili pericolosi, impiego nelle miniere, contatto con materiale chimico di vario genere (da quello usato per le estrazioni minerarie alle vernici industriali), fabbricazione di armi da fuoco, facchinaggio.

Per non parlare dello sfruttamento infantile nell’ambito della prostituzione, della produzione di materiale pedopornografico, dello spaccio di stupefacenti.

Le conseguenze evidenti di questi fenomeni sono malattie, menomazioni, gravidanze precoci, aborti, infezioni, HIV, mutilazioni, morte.

Per Iaho, come per molti altri bambini ivoriani, o africani o di un qualsiasi paese povero, tutto questo è la normalità. Fa parte della sua vita come per un bambino italiano può essere il cadere dalla bicicletta, il rompersi un braccio o prendersi la varicella. Sono cose che, dirisemplicemente, accadono.

In questi Paesi può accadere che tu, insieme alla tua famiglia, in una piscina di uno stabilimento, stia aiutando una ragazzina del posto a vincere la paura dell’acqua, e che un uomo ti si avvicini e dica a tuo marito “se vuoi andare a letto con lei, ti cerco una stanza”. A due passi da te, dai tuoi figli di pochi anni più piccoli della ragazzina. Con un’aria di inesorabile normalità che implica due cose terribili: la ragazzina non scapperebbe e ci sono uomini che accetterebbero.

Se da una parte c’è una grande e innegabile responsabilità da parte di chi propone (spesso per arretratezza culturale e povertà) i bambini come forza lavoro, come merce di scambio, come prede sessuali, c’è dall’altra parte un mondo pronto ad accogliere il fenomeno e a sfruttarlo.

In Costa d’Avorio, e spero anche in altri Paesi del sud del Mondo, è in atto una lotta contro tutto questo. Una lotta che parte dall’analisi sociale e si dispiega sia attraverso l’individuazione dei soggetti sfruttatori, degli ambiti di sviluppo e diffusione del fenomeno, che attraverso l’aiuto ai bambini vittime dello sfruttamento e la sensibilizzazione della popolazione alla cura e alla preservazione dell’infanzia.

Mentre i miei figli giocano, al riparo della loro casa, e non debbono preoccuparsi che dei compiti e di non fare arrabbiare (troppo) mamma e papà, Iaho non ha coscienza di essere un bambino ed è questo che deve cambiare.

Al di là di tutti i diritti umani inalienabili, il diritto fondamentale di un bambino è quello di poter essere ed essere considerato tale.
Finché questo diritto non sarà rispettato, l’Umanità intera avrà perso la peggiore delle sue guerre, quella con la speranza in un futuro degno e migliore.