Chi ci pensa alla libertà delle mamme?

 

Non so nemmeno dove mi porterà questo post che ho sulla punta delle dita da un po’ ma provo lo stesso ad iniziarlo, rischiando per altro probabilmente il linciaccio mediatico

Sono stata e sono quella che si definisce oggi, secondo un termine che va tanto di moda e piace tanto alla rete, una mamma ad alto contatto.

Ho allattato senza distinguere giorno e notte i miei figli, ho passato interminabili ore seduta e sdraiata con Lorenzo prima e con Leonardo dopo, attaccati al seno. Non ho lasciato piangere mai i bimbi, nemmeno un minuto e non mi vergogno a dire che li ho tenuti in braccio persino in bagno. Ho diviso il letto con loro dal primo giorno, ho usato fasce, ho ripudiato biberon e ciucci. Ho cercato di avvicinarmi quanto più possibile all’autosvezzamento, non ho comprato omogeneizzati né prodotti industriali. Tolto che ho fatto vaccinare i miei figli, (è una battuta, abbassate le armi) sono stata l’esatto modello della mamma perfetta del vangelo secondo Internet.

Che sia chiaro che questo percorso non è stato da me intrapreso per moda o con leggerezza ma con assoluta e totale convinzione, supportata dalla lettura di testi, dal ciò che dettava il mio istinto e da mie riflessioni.

Che sia chiaro che non mi sto pentendo del mio modo di essere madre e di quanto dato e sacrificato ai miei figli, anche perché non credo che saprei essere una madre diversa.

Sarà però che oggi sono passati circa quattro anni, cinque con la prima gravidanza, che mi hanno lasciato stanca come se mi avesse investito un treno, cinque anni senza tregua ovviamente, con due bimbi “ad alto contatto”, sarà che mi guardo allo specchio e faccio fatica a vedere me stessa dietro la mamma che mi appare riflessa, sarà che in certi giorni mi sento in un tunnel di cui non vedo la fine e che di arredare non ho nessuna voglia.

Oggi però mi chiedo se davvero, davvero sia stato tutto così giusto. Non giusto solo per i miei figli, ma anche giusto per me.

Vedo mamme che hanno intrapreso strade meno “politicamente corrette” che hanno ritrovato un equilibrio e una routine e io a 18 mesi suonati di Leo sono ancora a combattere con ragadi e poppate notturne. Mi pare assurdo per me e anche per lui, che potrebbe invece avere già una sua seppur piccola autonomia.

E’ facile iniziare questo percorso di maternità fatto di dedizione e sacrificio, tutto sommato, si è molto concentrate sul presente e sul bambino. Si cerca di assecondare le esigenze del bimbo con abnegazione. Quello che però non si calcola, almeno io non lo ho fatto, anche perché non avevo gli strumenti per farlo, e che nessuno ti dice, è che questo percorso bisogna poi gestirlo fino alla fine e che la fine può essere molto avanti nel tempo.

Nel frattempo tu, mamma, magari con altri figli piccoli, con un lavoro e una casa da gestire, potresti anche  aver esaurito le tue risorse fisiche e psicologiche.

Nel frattempo avresti magari voglia, lecitamente direi, di ritornare ad un’esistenza “normale”, padrona del tuo corpo, del tuo letto, del tuo bagno.

E a quel punto uscirne non è facile, perché il tuo o persino i tuoi figli sono bambini educati all’alto contatto e questo alto contatto lo pretendono, giorno e notte. Come se ne esce? Dov’è l’uscita di sicurezza?

Certo, cresceranno.

Certo, ricorderò come bellissimo questo periodo e mi mancherà, ma potessi essere più riposata non mi farebbe schifo.

Questo forse è solo lo sfogo amaro di una mamma stanca e vi prego di scusarmi.

Siamo cresciute con genitori a cui avevano insegnato che il contatto eccessivo era sbagliato, che i bambini andavano messi a dormire il più lontano possibile, lasciati piangere, allattati a latte artificiale e ingozzati di liofilizzati dai 3 mesi e oggi forse stiamo pagando (proprio noi che abbiamo subito) la pena del contrappasso.

Probabilmente stava a me comunque cercare e trovare un equilibrio e non ci sono riuscita.

leopeste1