Cinque minuti

Cinque minuti.

Cinque minuti di applausi di solidarietà a persone condannate per un eccesso di forza (vogliamo sbilanciarci a dire di violenza?) nei confronti di un ragazzo.

La vicenda aveva già avuto un suo triste corollario tempo fa, quando la stessa solidarietà era stata espressa da un corteo sotto le finestre del luogo di lavoro della mamma del ragazzo.

C’è stato un reato, quella maledetta sera. Eccesso di forza, omicidio colposo, volontario, preterintenzionale, non è questo che io voglio discutere perché non ne ho le competenze e perché in questo contesto non cambia nulla.

Quella sera c’era un ragazzo e c’erano dei poliziotti.
Lui era disarmato, loro no.
Lui era uno, loro erano di più.
Lui era confuso, forse drogato, loro nella ferma capacità di intendere e volere.

Lui è morto, loro sono rimasti vivi.
Lui era pieno di segni brutti, lividi, sangue. Loro illesi.
Lui non è più tornato a casa da sua madre, loro sono rientrati a casa, dai loro affetti.

Loro hanno avuto avvocati e un sindacato a difenderli, sempre, comunque.
Lui, ormai, non ne aveva più bisogno. Il suo sindacato è l’opinione pubblica, il suo difensore è sua madre che con compostezza e dignità mostra la foto di un figlio morto, morto male; morto, forse anche senza intenzione, per mano di chi avrebbe il compito di proteggere lui e tutti noi.

Cinque minuti, roba da farsi male alle mani, eh.

Quei cinque minuti di calma in più che forse avrebbero salvato la vita di Federico e che oggi ne offendono la memoria.
Non si applaude un assassino, anche se non aveva l’intenzione di uccidere.
Non si applaude chi sbaglia. Sbagliare è umano, legittimare lo sbaglio no.

Cinque minuti. Non riesco a smettere di pensare a quanti siano, cinque minuti.
I miei figli ci han messo meno, a uscire dal mio corpo, per dire.

Cinque minuti per far morire quel ragazzo un’altra volta.

Cinque minuti per offendere ancora la dignità di sua madre.

Cinque minuti per sporcare con degli applausi fuori luogo anche le divise di chi, quello stesso mestiere, lo fa portando avanti il rispetto degli altri.
Cinque minuti di applausi.
Trecento secondi di dignità calpestata, lì.
Trecento secondi di sdegno, qui e ovunque.