Ciò che lascia un taglio cesareo

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Quando vedo i numerosi video che girano in rete su parti avvenuti in casa, in atmosfere ovattate, tra suoni melodiosi e lamenti sommessi, piango, per l’esattezza piango come una fontana.

Invidio quelle donne, invidio quei padri e invidio i fratellini. Invidio il coraggio, invidio la possibilità, invidio la perfezione realizzata di un evento così importante e unico.

E’ tutto ciò che avrei voluto per la mia famiglia ed è nello stesso tempo l’opposto di quanto invece è stato.

Quando ripenso alla notte in cui è nato Lorenzo e a quando e come tutto sia poi andato storto, per fortuna solo fino a quel primo vagito che ha cambiato la mia vita, penso anche a tutte le infinite possibilità che mi si sono aperte da quando ho iniziato a pensare e a un certo senso a programmare il mio futuro parto (ancora totalmente ignara della più grande verità riguardo ai parti ovvero che un parto possa essere tutto meno che programmato e che quasi mai ciò che s’immagina si avvererà).

Non avevo paura del parto perché convinta che fosse un evento naturale e quindi la natura avrebbe fatto il suo corso anche con me.

Avevo avuto una gravidanza fisiologica, oserei dire da manuale e non mi ero preoccupata di cercare un ospedale più attrezzato di quanto fosse quello della mia piccola cittadina di provincia.

Poi invece quella sera, anzi a essere esatti quelle sere, qualcosa ha smesso di essere “da manuale” e la natura si è distratta un attimo, dimenticandosi di me e di mio figlio.

Nel mezzo, tra quando sono entrata in ospedale e quando Lorenzo è venuto al mondo in quella sala operatoria buia un’infinità di eventi, forse casuali, forse frutto del destino che mi hanno portato in inferno e in paradiso, tutto nel giro di poche ore.

Molte decisioni sono state prese, molte coincidenze, molti destini si sono incrociati quella notte.

E se avessi firmato per andarmene e cambiare Ospedale, come volevo fare?

E se fossi invece tornata a casa come mi aveva consigliato quell’Ostetrica con la stessa empatia di una pianta grassa?

E se non fosse cambiato il turno e non fosse arrivata l’Ostetrica che ha capito che qualcosa non andava?

E se non fosse stato di turno proprio il primario che mi ha operato, quella notte?

E se avessi scelto un altro Ospedale, che fosse di primo livello, l’epidurale, un’ostetrica che mi seguisse…

Domande senza troppo senso, ovviamente.

Domande che però nel tempo hanno alimentato il mio senso di colpa e continuano in parte ad alimentarlo.

Ho vissuto i miei due cesarei, soprattutto il primo, come un fallimento personale.

Nonostante sia consapevole che in quel momento il taglio cesareo sia stato LA soluzione, non posso evitare di pensare che il percorso che mi ha portato lì sia stato in qualche modo influenzato da me e da una sorta di mia incapacità a partorire.

Ci ho messo mesi a metabolizzare il mio taglio  cesareo e il mio parto così diverso da come lo avevo immaginato.

Le variabili delle scelte che avrei potuto compiere potevano essere infinite, qualcuna forse mi avrebbe visto avere un parto naturale, qualcuna avrebbe avuto un esito cui non voglio nemmeno pensare.

Quando si è trattato di scegliere invece come far nascere Leonardo, carica di tutto questo vissuto, ho scelto di mettere al primo posto la sicurezza.

Ho scelto in modo abbastanza consapevole un’esperienza umanamente pessima per me e purtroppo anche per Leo ma in un Ospedale che però avrebbe messo il mio bambino al riparo da ogni complicazione eventuale.

Ho avuto paura di fare un travaglio di prova e sono andata in un Ospedale lontano da tutti, un Ospedale, dove Leonardo ed io siamo stati solo dei numeri per la lunghissima settimana in cui siamo stati lì.

Meriterebbe una riflessione profonda il fatto che esistano ancora strutture ospedaliere dove il padre può andare a trovare la moglie e il nuovo nato solo all’orario di visita (un’ora al giorno) anche se la suddetta è immobilizzata a letto con due flebo e un bambino da gestire, come nel mio caso. In una settimana di degenza, non ho visto nessuno aiutare le mamme alla prima esperienza che cercavano di allattare, per esempio.

Anche in questo caso forse avrei dovuto fare scelte diverse, essere più coraggiosa.

Ora il tempo sta lenendo e sbiadendo i ricordi dei miei due parti. Sebbene siano state entrambe esperienze in parte negative, non posso fare a meno comunque di ricordare i primi giorni con i miei bimbi come tra i più belli e dolci della mia vita.

Ora i bimbi stanno crescendo e mi pare che non abbiano riportato gravi traumi per come sono venuti al mondo e quindi mi sono fatta una ragione del sorriso che ho sulla pancia, a ricordo del mio taglio cesareo.

Le domande e i se continuano però a girarmi in testa, nelle notti insonni. Infondo il parto è un’esperienza fondamentale nella vita di una donna ed io non l’ho vissuta e non la vivrò mai, una parte di me lo rimpiangerà per sempre.

 

P.S. Questo post mi è stato ispirato dalla mia amica Silvana e questa bella intervista.

Tutto molto bello, suggestivo ed emozionante ma in tutta onestà non lo consiglierei a nessuno, di partorire a casa. So sulla mia pelle che le cose possono prendere una brutta piega in una manciata di secondi.

Investire nei punti nascita è fondamentale: renderli accoglienti e vicini alle esigenze della coppia mamma-bimbo ma sempre e comunque attrezzati ad ogni evenienza!

Io nella mia esperienza non sono riuscita ad abbinare le due cose, con Lorenzo ho trovato un ospedale poco sicuro (un’ostetrica sola per cinque partorienti, una sola macchina per fare il tracciato, è stato un miracolo che si sia accorta l’ostetrica che Lorenzo aveva il cuore in sofferenza, la sala operatoria chiusa quando serviva) e poco accogliente ma tutto sommato nel dopo sono stata molto seguita e coccolata, con Leonardo ho trovato la sicurezza che cercavo, ma il resto meglio dimenticarlo.