Come si può dimenticare un bambino in auto?

Dimenticare un bambino in auto sembra impossibile eppure un black out può succedere a chiunque, ve lo dico perché a me è successo. Ma ci sono alcune cose che possiamo fare per metterci al sicuro.

Dire “A me non capiterebbe mai!” è facile e probabilmente è il modo in cui ci difendiamo dalla paura, ma ci impedisce di metterci al sicuro da una simile, tragica evenienza.

Dimenticare un bambino in auto è possibile e vi può capitare anche se siete madri e padri attenti, organizzati, affettuosi, amorevoli e sempre sul pezzo.

Prendete me. Sono una persona sana di mente, ho anzi capacità organizzative che reputo ottime: mi ricordo sempre tutto, dal comprare il latte agli orari delle visite dal pediatra, sto dietro agli impegni delle mie figlie sacrificando la mia tranquillità (le feste di compleanno in settimana non sono questioni di vita di morte eppure ce le porto facendo i salti mortali), cerco di star dietro anche alla casa, per quanto possibile, e poi c’è il lavoro, che mi gestisco in proprio con tutto il surplus di oneri che questo implica.

Merito degli applausi? No.

Questo mi rende immune da dimenticanze e distrazioni fatali? No.

Ieri pomeriggio sono andata a prendere mia figlia più grande a scuola, dopo avere preso la più piccola (di quattro anni e mezzo) all’asilo, avere fatto con lei il tragitto in autobus, avere comprato un ghiacciolo al bar ed esserci organizzate per andare al parco. Quando la grande è uscita, in mezzo alla folla di mamme, papà e tate che si assiepa sulla strada davanti a scuola, abbiamo fatto un gruppetto con altri bambini della classe e ci siamo diretti tutto insieme verso il parco, che dista non più di 100 metri dalla scuola che si percorrono su un unico marciapiede alberato.

Una delle mamme ha attirato la mia attenzione con un argomento che mi interessava particolarmente e ci siamo messe a chiacchierare mentre camminavamo. Le nostre figlie camminavano e chiacchieravano davanti a noi, io mangiavo il mio ghiacciolo e così fino al parco, incluso un attraversamento sulle strisce pedonali. Intorno a noi molte altre mamme e bambini che facevano lo stesso percorso.

Quando siamo state davanti al parco, l’amica di mia figlia si gira e dice: “Ma Cecilia dov’è?”

Non c’era. Mia figlia di quattro anni e mezzo non era con noi. Non lo era stata per tutto il tragitto e io non me ne ero accorta. Una conversazione interessante aveva occupato uno degli slot disponibili nel mio cervello e pluff, Cecilia ne era uscita, come se non esistesse.

È finita bene, ve lo dico e chiudiamo qui il discorso: aveva preso la direzione sbagliata, come dovesse andare a casa. Non vedendomi arrivare si è fermata, poi si è messa a piangere e ha chiesto aiuto al vigile. Un papà le ha fatto compagnia e l’ha rassicurata mentre mi aspettava esattamente davanti a scuola, dove l’avevo vista e considerata per l’ultima volta.

Il motivo principale per cui sono andata fuori di me (e grazie a Ilham, Alessia e Samanta che mi hanno aiutata in quei momenti), più che l’averla persa di vista in sè e per sè, è stato il rendersi conto che mi fosse completamente uscita di testa, che non avessi pensato a lei neppure per un secondo, neppure mentre attraversavamo la strada, come se non fosse esistita.

La cosa che mi ha spaventata a morte, è stato il buco totale che ho avuto per quasi dieci minuti.

E se non l’avessi lasciata a scuola e l’avessi lasciata in auto? E se l’amica di mia figlia non si fosse accorta che mancava? Quanto sarebbe durata? Quando si sarebbe riaccesa la luce nel mio cervello?

È di ieri la notizia di una mamma che ha dimenticato la sua bambina in auto. Naturalmente non c’è stato nulla da fare per la piccola, ed è facile scagliarsi contro quella mamma, per allontanare l’idea che possa succedere anche a noi. E invece a me, che sono vi assicuro una persona normale e una mamma premurosa, nello stesso giorno è successa la stessa identica cosa. Solo che io non dovrò piangere le conseguenze di una cosa che non so spiegare e che certamente non è dipesa dalla mia volontà o dalle mie qualità di madre, lei invece sì. E io le sono tanto vicina a questa mamma, e non so immaginare lo strazio e il peso che porterà tutta la vita e che, ne sono certa, non si merita.

Cosa possiamo fare allora per evitare le tragiche conseguenze di una dimenticanza incolpevole?

Non lo so per certo, ma provo a dare un paio di idee:

Esserci per gli altri, anche se sono degli sconosciuti. Quel papà che è stato con la mia bambina per tutto il tempo in cui io mi sono dimenticata di lei, ha salvato me e ha protetto e rassicurato lei che piangeva (non so chi sei ma vorrei averti ringraziato meglio di come ho fatto). Le amiche che mi hanno aiutata a cercarla quando ero fuori di me, spaventate a morte loro stesse, quella che ha guardato mia figlia più grande mentre io correvo a cercare l’altra, sono state un aiuto prezioso in quel momento, senza di loro tutto sarebbe durato di più, sarebbe stato più difficile.

Rallentare quando siamo esauste, chiedere aiuto, mollare la presa, cercare di rigenerarsi in qualche modo e non abbassare la guardia. Possiamo ben dire che sia una questione “di vita o di morte”, la nostra, prima di tutto, e poi forse anche quella dei nostri figli piccoli. È fondamentale chiedere aiuto da una parte, darne tanto (tanto tanto tanto tanto) dall’altra. Fate la vostra parte, se siete il genitore meno sul pezzo quanto agli oneri familiari, e preoccupatevi sempre di come sta la vostra compagna (o il vostro compagno) senza sottovalutare mai il peso che portano e la fatica che fanno ogni giorno. Non datelo mai per scontato. Siateci, insomma.

Dotarsi di uno strumento che possa scongiurare il peggio. Perché io l’ho lasciata davanti a scuola, all’aperto, in un luogo tutto sommato sicuro. Ma se fosse stata in macchina, addormentata, e io me ne fossi dimenticata esattamente come ho fatto? È in commercio un dispositivo salva vita che si chiama Remmy e lo trovate QUI: si installa in macchina, sotto i seggiolini dei bimbi, e vi avvisa con un allarme se il bambino è ancora in auto quando voi spegnete la macchina e scendete.

Costa come un paio di scarpe e può salvarvi la vita. E nessuno mi paga per consigliarvelo, sia chiaro, ma io stessa l’ho già a casa e lo installerò in macchina al più presto (prometto di portare le prove).

Se avete mai messo un promemoria sul cellulare per evitare di dimenticarvi un appuntamento importante, perché non dovreste mettere questo pro-memoria in macchina? Non potete sapere quando e se vi succederà: un black out non dà preavviso. Io sapevo di essere in un periodo di stress eccessivo, ne avevo parlato, avevo preso provvedimenti rallentando un po’ i ritmi. Eppure il black out è arrivato lo stesso e proprio in un momento in cui pensavo di stare meglio, di avere allentato la morsa degli impegni, proprio quando mi stavo rilassando.

Sarebbe sano e giusto che un dispositivo del genere fosse montato obbligatoriamente su ogni seggiolino, e se volete contribuire ad attirare l’attenzione sul problema, potete firmare questa petizione su change.org.

Ci sono mille modi in cui possiamo fallire e nessuno è immune. Oggi vi ho raccontato la mia esperienza; se è successo qualcosa di simile anche a voi e se vi va, raccontatelo. Sapere che è successo a persone che conosciamo (anche solo via web) e che stimiamo potrebbe contribuire a far aumentare la consapevolezza su questo tema e magari a far sì che la prossima non si trasformi in tragedia. Potrebbe aiutare a dotarsi di strumenti per difendersi senza vergognarsene, perché in effetti non c’è niente di cui vergognarsi.

Se ne avete voglia, raccontate la vostra esperienza usando l’hashtag: #ilmioblackout