Compiti a casa: croce e delizia

Ormai sono due anni che Patato Grande torna da scuola con un quaderno, o più, con dei “compiti da fare”.
Il termine francese “devoir” (doveri), che si usa per indicare appunto i compiti, rende abbastanza l’idea che aveva la Maitresse dell’anno scorso riguardo a come svolgerli: i compiti erano doveri e andavano assolutamente fatti, anche se magari il bambino in questione usciva da scuola alle cinque meno un quarto dopo esservi entrato 9 ore prima, doveva farsi la doccia perché era la controfigura di un maiale, puzza compresa, avrebbe gradito anche mangiare la cena e soprattutto avrebbe potuto aver bisogno di dormire un numero congruo di ore che gli permettesse di alzarsi alle sei la mattina dopo.

I compiti non erano mica pochi, eh. Tipo che il primo giorno dell’ultimo anno di asilo (che qui, concettualmente è tipo una primina) gli ha dato da fare, per il giorno dopo, una pagina di “m” corsive tutte scritte bene e ben separate in un’interlinea da 3 mm.
Non che io fossi contraria per principio o che sia una di quelle mamme che i bimbi devono solo giocare e cheppalle devi fare i compiti, anzi.
Convinta com’ero che questo fosse il metodo locale per imparare una lingua obbiettivamente più complessa dell’italiano (non per la scrittura, quanto per la pronuncia e i gruppi sillabici con i rispettivi fonemi), ho fatto buon viso a cattivo gioco e ho dovuto abituare il Patato al concetto di “dovere”.

Voi dovete stare vicino a lui e correggerlo; non lo fate lavorare; è indietro; non ha voglia.
Questo mi sono sentita dire in mezzo alla classe e agli altri compagni di mio figlio in un caldissimo pomeriggio di metà aprile dell’anno scorso.
Io ho pensato: cavolo, brutta demente di un’insegnante del piffero, e me lo dici quasi a fine aprile, che mio figlio è indietro?
E subito dopo: cavolo, brutta demente di un’insegnante del piffero, e devi per forza dirmelo davanti al bambino?
E infine: cavolo, brutta demente di un’insegnante del piffero, e devi proprio dircelo in mezzo alla classe e a TUTTI i suoi compagni?
Mentre tutto questo avveniva solo nella mia testa, dove ammetto di aver usato termini leggermente più coloriti, la Montessori, rediviva all’uopo, si suicidava attaccandosi alla canna del gas.
Ovviamente in quel momento mi è stato chiaro che non potevo cavare il sangue da una rapa e che l’unica cosa che potevo fare, per la restante parte dell’anno scolastico, era massaggiare l’ego patato e rassicurarlo, perché da quell’insegnate cose di questo tipo non sarebbero mai arrivate.

Quest’anno, oltre a scuola e insegnante, abbiamo anche cambiato, ovviamente, metodo.
Eravamo abituati a dover seguire nostro figlio durante i compiti, ad una maestra che si arrabbiava in primis col bambino stesso se i compiti non erano stati svolti bene e abbiamo continuato di conseguenza.
Errore.
Quest’anno la maitresse della nuova scuola ci ha presi da una parte, mentre il patato giocava coi compagni altrove e ci ha detto “i compiti servono a me per capire se e come il bambino ha recepito quello che io ho spiegato in classe”.

E io, giuro, l’ho amata. Ma amata davvero. Perché è esattamente quello che io penso sia lo scopo di un compito a casa, quando il bambino è ancora in fase di apprendimento.
Il bambino deve comunicare ciò che ha assorbito e l’unico modo è quello di porlo davanti ad un esercizio.
Inutile dire che questo approccio, il rispetto dell’individualità e dei tempi di ciascuno, ha avuto ben presto i suoi frutti: Patato Grande ha iniziato a raccontare in classe ogni cosa, a condividere coi compagni la sua vita al di fuori dalla scuola, a mettersi alla prova, a ragionare sulle cose, a confrontarsi, a mostrare curiosità e fare domande. Un fiore che è sbocciato, davvero.

Oggi come oggi, i compiti, a sei anni e mezzo, se li gestisce da solo e solo quando il compito presuppone l’intervento di un adulto viene aiutato, in genere dal Marito Paziente, per questioni di pronuncia.
Questa spinta all’autonomia e alla possibilità intrinseca di sbagliare, io la trovo stupenda.
Abituare un bambino a capire che lo sbaglio non è una colpa ma che fa parte del percorso umano di apprendimento, è un approccio che trovo veramente formativo, non solo a livello conoscitivo, ma anche psicologico e caratteriale.
In casa Latana i devoir non sono più una cosa “difficile” e “stancante”, sia perché vengono assegnati solo se il giorno dopo non c’è scuola (e quindi con  tempi più adeguati per lo svolgimento), sia perché sono una cosa di Patato Grande, di cui è fiero, orgoglioso, che si può e deve organizzare da solo sapendo che se ha bisogno noi ci siamo ma che non deve dimostrare nulla a nessuno, solo mettere sul foglio ciò che ha capito delle spiegazioni ricevute.

Quello che abbiamo appreso, noi genitori, da queste esperienze è che è bene capire presto chi abbiamo davanti, in termini di approccio. Che se il bambino a scuola non rappresenta se stesso, ma cambia carattere, è segno che l’ambiente scolastico non è buono per lui. Che cambiare si può e in certi casi, si deve.
Credo che il percorso conoscitivo, formativo ed educativo dei nostri figli abbia il suo speculare anche in noi, durante questi anni così difficili e densi di cambiamenti in cui dal cuccioletto che tenevamo per mano passiamo attraverso vari stati ad avere una personcina in miniatura capace di esprimere le proprie opinioni in maniera compiuta e cosciente.
Le persone che insegnano ai nostri figli a leggere e a scrivere, a far di conto, a disegnare, insegnano parallelamente anche a noi genitori nuovi modi per relazionarci a loro, per aiutarli quando serve e lasciarli autonomi nei percorsi e nei tempi che lo consentono.
I compiti, o i devoir che dir si voglia, a ben guardare, dobbiamo in qualche modo farli anche noi e lasciare che qualcuno ci corregga se abbiamo l’approccio sbagliato.
Ovviamente, non è affatto facile.