5 Cose diseducative che si fanno per amore dei figli

Le cose diseducative che facciamo per amore dei nostri figli, hanno anche un effetto negativo su di noi: ci fanno lavorare di più, ci fanno stancare, ci fanno essere dei pessimi esempi, ci avete mai fatto caso?

Quando ho aperto il mio blog nel 2013, l’ho aperto con l’intenzione di dare consigli alle mamme come me, ma più indietro di me nelle tappe di crescita dei loro figli. Mi ci sono voluti meno di 6 mesi per rendermi conto che più che consigli da dare, avevo appelli da lanciare.

Avere figli piccoli ti mette alla prova: per ogni problema che pensi di avere risolto, ce ne sono almeno 3 che bussano alla porta. Finiti i pannolini? Ecco i terrible two! Finiti i terribile two? Ecco i capricci insensati delle 7 di sera perché hanno perso il sonnellino pomeridiano! Finiti i capricci delle 7 di sera? Ecco le elementari e i compiti! Finite le lotte per i compiti? Benvenuta preadolescenza!

Insomma, siamo tutte sulla stessa barca, scambiarci consigli non può che giovarci. Ancora meglio sarebbe non complicarci la vita con condotte insensate, sia per noi che per i nostri figli.

Ecco quindi il mio personale elenco delle 5 cose diseducative che si fanno per amore dei figli e che complicano la vita a noi e a loro.

1. LA CHAT DI CLASSE

Ci sono mille motivi per cui una chat di classe è utile, ma se si valuta il rapporto rischi / benefici, non si può che concludere che si stava meglio quando si stava senza.

La chat di classe costringe in un terreno angusto e scivoloso gente che non ha niente in comune, al di là del CAP di residenza, e che non dovrebbe intrattenere relazioni per il suo bene.

Per le comunicazioni di classe, basterebbe la mail: una mail ogni tanto. Per tutto il resto basterebbe (è sempre bastata), la cerchia dei genitori con si entra in confidenza per affinità tra i rispettivi figli, per prossimità o per pura casualità. A loro si può fare riferimento per avere delucidazioni sui compiti assegnati, per confrontarsi sui racconti frammentati e imprecisi che arrivano da scuola; con loro puoi scambiare impressioni e commenti sugli insegnanti (senza farti sentire da tuo figlio, possibilmente).

La chat, invece, è una piccola bomba pronta ad esplodere: al suo interno si possono generare antipatie a causa della comunicazione sintetica e asettica (spesso priva colposamente di punteggiatura), e non c’è faccina che tenga quando si inciampa in un fraintendimento. Si può generare competizione, perché un conto è avere un singolo quaderno che ti entra in casa al bisogno (e di solito è la maestra che lo sceglie con cognizione di causa), un conto è avere accesso ai quaderni / diari di mezza classe a causa delle foto che i genitori pubblicano in chat per i motivi o con le scuse più disparate. Per quanto equilibrati, è un attimo ritrovarsi a fare confronti, sviluppare antipatia per quel bambino così ordinato e preciso e soprattutto per i suoi genitori orgogliosi.

Quello che è sul quaderno o sul diario di tuo figlio, dovrebbe rimanere nel quaderno o nel diario di tuo figlio. O almeno non dovrebbe finire su whattsapp.

2. PORTARE LA CARTELLA A TUO FIGLIO

Non so voi, ma io la mattina quando esco e il pomeriggio quando vado a riprenderle a scuola, sono sempre carica come un mulo. Nel tragitto da scuola a casa, non di rado mi carico ulteriormente di un sacchetto della spesa, di sciarpe giubbotti quando fa caldo, e in extremis anche della posta.

Per quale ragione masochistica e contraria a qualsiasi spirito di auto conservazione dovrei caricarmi anche della cartella di mia figlia?

Questa è una pratica più che diffusa e totalmente ingiustificata visto che, ad esclusione del venerdì, le cartelle dei bambini sono quasi vuote (questa è l’esperienza mia personale, ovviamente, se avete esperienze diverse raccontatecele!). Farsi muli da soma a beneficio dei propri figli, oltre a sembrarmi un’ingiustizia verso se stessi, mi sembra una mossa altamente diseducativa, che instilla nei bambini l’idea che la fatica, seppur proporzionata alle loro forze, sia un pericoloso nemico da evitare il più possibile.

3. AUTORIZZARE I FIGLI A NON FARE I COMPITI

È demenziale, a mio avviso, eppure succede. Sono perfettamente d’accordo sul fatto che i bambini siano impegnati per troppe ore durante la giornata, ma è anche vero che se non imparano a gestire il proprio tempo e le proprie responsabilità a partire dalle elementari, ci sono ottime probabilità che non imparino mai. E di questo potrebbero pentirsi amaramente, una volta cresciuti, specialmente in un mondo iper competitivo e poco indulgente come quello che erediteranno.

Un mondo in cui il valore del lavoro e della fatica che ne deriva, ha un disperato bisogno di essere riabilitato.

4. VESTIRE UN FIGLIO CHE SAREBBE PERFETTAMENTE IN GRADO DI FARLO DA SOLO

Ho visto bambini di oltre 6 anni, seduti come bambole di pezza sulle panchine degli spogliatoi della piscina, o della scuola di danza, venire vestiti dalla testa ai piedi da madri, padri, nonni e tate sudati e affannati, con buona pace della Montessori.

Ho visto quei martiri vestitori di bambini di pezza uscire nel gelo delle sere invernali e stringersi nel cappotto mentre il sudore gli si ghiacciava sulla schiena e nuvolette di condensa gli uscivano dalla bocca, ma non ho provato pena per loro: la polmonite se la sono andati a cercare.

Potrei dire che l’autonomia è uno dei fondamenti su cui si costruisce l’autostima e che trattare un bambino “grande” come un neonato non gli rende un servizio, anzi, lo condanna ad anni di psicanalisi, ma non sono uno psichiatra, io.

Dirò quindi di quanto rompano le scatole madri, i padri, nonni e tate negli spogliatoi: impediscono che i bambini entrino in relazione tra loro, precludendo loro la possibilità di intrattenere quelle meravigliose relazioni da spogliatoio che da sole giustificherebbero l’opportunità di fare sport.

cose diseducative

Dirò anche di come ogni tanto madri, padri, nonne e tate, calpestino i bambini altrui, nella frenesia incurante e ottusa di gestire il proprio Piccolo Budda nel minor tempo possibile, in modo da strappare se stessi e lui da quel caldo insopportabile che caratterizza gli spogliatoi in inverno.

E di questo, vi garantisco, ho le prove.

5. INDULGERE SULLE IDIOSINCRASIE PROPRIE E DEI FIGLI RIGUARDO AL CIBO

Qualche tempo fa è salita alla ribalta delle cronache la protesta di una madre la cui figlia, mandata a scuola con un panino al pomodoro coltivato in balcone e tonno di sicilia pinna gialla bio, veniva esclusa dal refettorio e costretta, poverina, a mangiare in classe.

Potrei dire che il fatto di boicottare un servizio per la comunità, invece che lottare per migliorarlo, sia una pratica antisociale ed estremamente egoistica. Potrei anche dire che un panino col tonno e il pomodoro non sia un pasto bilanciato per una bambina in età scolare, ma non sono mica una nutrizionista io.

Dirò invece, perché l’ho provato sulla mia pelle, che i bambini sono poco inclini a sperimentare nuovi cibi: vanno guidati. Quando si tratta di infilarsi in bocca un nuovo tipo di verdura, una pietanza il cui aspetto risulti nuovo o che abbia un colore che non gradiscono, i bambini si dimostrano poco avventurosi.

Tuttavia, se messi di fronte ad un sano aut aut del tipo “questo c’è per cena, se non ti va sei libero di non mangiare”, qualche paturnia la abbandonano di buon grado, a beneficio di una pancia piena. Potrei anche dire che, per quanto esistano indubitabilmente cibi che detestano e che non è il caso di proporre ad oltranza, un certa fermezza nel pretendere che “mangino un po’ di tutto”, senza imporre un quantitativo a priori ma lasciando che sia lo stomaco del singolo a determinare il limite, non può che essere l’inizio di una buona igiene alimentare di cui potrebbero beneficiare per tutta la vita.

Cucinare tre menu diversi ogni giorno, affannarsi per incontrare gusti che per natura destinati a cambiare, privare i bambini dell’opportunità di sperimentare anche col palato la varietà del mondo, credo che non renda un buon servizio né ai genitori né ai figli.