Da pediatra a mamma-pediatra

Da quando ho smesso di voler fare la ballerina (una parte di me è ancora pentita di non aver fatto di una passione così artistica la professione della vita…) ho sempre saputo che avrei fatto il medico. Respiro medicina da sempre, mio padre è stato un esempio appassionato di amore incondizionato per una professione che, fatta come Ippocrate vuole, si mette totalmente al servizio degli altri. Sapevo di voler fare il medico anche quando, finito il liceo, non ho immediatamente passato il test di ingresso alla facoltà a numero chiuso.
Mi sono presa un “anno sabbatico”, sulla carta ero iscritta a biologia, ma non ho fatto il minimo sforzo per appassionarmi a questa alternativa. Il secondo anno ho finalmente ottenuto la possibilità di iscrivermi a Medicina e lì ho iniziato a “fare sul serio” come mai nella mia vita. Al liceo non posso descrivermi proprio come una studentessa modello, invece finalmente a Medicina ho scoperto il piacere di studiare qualcosa che amavo tantissimo. Gli innumerevoli esami (anzi, NUMEREVOLI: ben 54!!) fatti uno dopo l’altro con tante soddisfazioni. E poi le prime frequentazioni dei reparti, i primi prelievi ai pazienti, qualche esperienza in sala operatoria e poi l’idea che si faceva sempre più concreta di lavorare per e con i bambini.
Conosciuta la pediatria, in cui anche il reparto più duro è colorato di disegni, di coraggio infinito e di sofferenza dignitosa di cui solo i bambini sono capaci, non avrei mai potuto scegliere altro. Difficile l’ingresso in scuola di specializzazione, numero chiuso anche lì e specializzazione molto ambita (per forza, è la migliore!!).
Mio padre mi ha sempre scoraggiata nella scelta di fare il medico, troppi sacrifici per poca gloria diceva, ma il suo esempio quotidiano mi ha insegnato che tutti i sacrifici si affrontavano uno dopo l’altro e non per la gloria intesa come remunerazione o riconoscimenti ambiziosi, ma solo per la riconoscenza e la gratitudine negli occhi di una persona che si è in grado di aiutare. E tanto più mi scoraggiava nella scelta della pediatria: “non nascono più bambini”, diceva. Ma io sono felice di non essermi fatta condizionare nella mia idea, quello era il mio sogno e l’avrei realizzato, è così è stato.
Inutile dire quanto ami i bambini: il mio lavoro è una divertente sfida per conquistarmi la fiducia di queste fantastiche creature e quando anche il più spaventato e frignone dei miei pazienti capitola e accetta sorridendo la mia visita e magari mi regala un suo disegno e magari magari mi abbraccia e mi bacia prima di andarsene, ecco, quella è la vera “gloria” che dà il fondamentale senso umano alla parte, pure stimolante e interessantissima, diagnostica e terapeutica.
Questo è più o meno l’essere pediatra per come lo intendo io. Bambini intorno giorno e notte, infatti non vedevo l’ora di averne di miei, e sono arrivate le mie due.
In tanti mi chiedono com’è essere una mamma pediatra. Anzi, l’atteggiamento delle persone, soprattutto delle altre mamme, amiche, conoscenti o pazienti, è duplice: la falange, decisamente più numerosa, di quelle che pensano: “che fortuna, te le puoi curare da sola e non hai mai alcun dubbio o preoccupazione”; l’altra, la più esigua, che la pensa in senso opposto: “dev’essere strano e difficile fare il medico delle proprie figlie”. La realtà, la mia, è fatta di entrambe le situazioni. In particolare questa ambivalenza si è verificata con la mia prima figlia Emma: col primo figlio si sa che tutto il sentire è amplificato, sia in positivo che in negativo. Sulla carta sapevo tutto. Sulla carta, visto che poi la realtà è davvero un’altra cosa.

Il trattamento delle patologie acute è sempre stata la problematica che mi ha provocato meno preoccupazioni, anche perché in effetti sono stata fortunata e ho due bimbe che si ammalano poco; certo, in quel caso mi capita a volte di chiedere consiglio agli amici colleghi perché c’è spesso l’insicurezza di sottovalutare o, al contrario, di sopravvalutare qualche sintomo per scarsa obiettività.

Con la nascita di Emma ho drammaticamente realizzato che la teoria è qualcosa di totalmente diverso dal vivere con una meravigliosa e complicata creatura che piange disperatamente per le “colichette” (nella pratica lavorativa non le definirò MAI con questo simpatico vezzeggiativo, sono la prima delle devastanti torture a cui ti sottopone un figlio!!), che da un giorno all’altro si sveglia ogni venti minuti per tutta la notte, tutte le notti, per settimane, mesi.
E poi lo svezzamento: le dosi scritte sugli schemi di svezzamento sono quelle, e allora perché non le mangia quando e come dovrebbe?
Diciamo che il mio problema più grosso legato alla professione che svolgo è stato proprio questo scontro tra la mutevole e imprevedibile realtà di una creatura in evoluzione e la rigidità schematica di principi e convinzioni, derivati prevalentemente dallo studio teorico e meno dalla pratica quotidiana; nell’ospedale in cui lavoravo quando sono diventata mamma, i bambini entravano, facevano esami o terapie e poi se ne andavano a casa con i loro piccoli o grandi problemi, che dovevano essere risolti, accettati e gestiti in gran parte dai genitori.
Intendersene di bambini c’entra davvero poco con l’essere mamma! Essere caricata dalla responsabilità di dover saper risolvere ogni problematica legata a mia figlia è stata dura all’inizio; anche perché, ora che sono una mamma e pediatra di maggiore esperienza, ho imparato che non è affatto detto che per ogni piccolo problema vi sia una soluzione codificata e standardizzata: tante volte è da personalizzare sul bambino e sulla sua famiglia; altre volte invece la soluzione del problema è la sola accettazione di quella situazione che, come si è presentata, così scomparirà senza grossi interventi. Parlo dei problemi del sonno, dell’alimentazione o di altre situazioni di disagio transitorie.
Un altro fatto che mi ha fatto soffrire parecchio è stato il ricevere consigli dalle persone da cui non li desideravo (“sono pediatra, come si permette tizia o caia di dirmi quello che devo fare con mia figlia???”) e dall’altro il non riceverli da chi li avrei voluti, in quanto molte mamme a me vicine, compresa la mia, ritenevano che io ne sapessi già abbastanza e, anzi, più di loro. E così ci sono stati molti momenti di grande difficoltà, immagino come succede in ogni famiglia: l’arrivo di un figlio per una donna annienta totalmente le certezze di una vita: nel caso della mia mi sono travata costretta a rivedere tante di queste “certezze”, trasformandole in “probabilità” e in “elementi di vita in via di modificazione”.
Da tutta questa confusione ho capito col tempo che per essere una brava mamma di nozioni teoriche ne servono davvero poche: è, o meglio dovrebbe essere, tutto istinto ed elasticità: imparare a modificare le proprie aspettative di perfezione (del proprio ruolo di mamma, del bimbo perfetto, della famiglia cuore) con una più serena accettazione della nuova realtà familiare, fatta di tantissimo amore e pure di qualche difficoltà. Con l’arrivo della mia prima figlia sono passata da essere una pediatra a fare quasi esclusivamente la mamma, proprio perché ho capito che l’aspetto istintivo di questo legame ancestrale è quello che deve prevalere in ognuna di noi.

Con l’arrivo della mia Bianca poi, come succede a tutte le mamme “d’esperienza”, è stato tutto più semplice e sereno ed io sono riuscita ad equilibrare bene dentro di me i miei ruoli di mamma e pediatra. Quello che faccio ora è curare la salute delle mie figlie con poche ansie, anche se devo ammettere che quando si presenta qualche sintomo strano (che probabilmente nei miei piccoli pazienti tenderei a sdrammatizzare), la mente fa certi viaggi sulle peggiori patologie o complicanze legate a quel piccolo segno.

Quello che invece è stato cambiato più di tutto dal mio essere madre è il modo con cui svolgo ora la mia professione. Sorrido ora ricordando i miei iniziali tentativi, durante la scuola di specialità, di spiegare alla mamme la preparazione della famigerata “prima pappa”, pregando dentro di me che nessuna mi facesse alcuna domanda supplementare!!

Innanzitutto curo i bambini pensando a loro come figli di qualcuno, e non solo come pazienti.
Tutte le mie esperienze di mamma (allattamento al seno prolungato, svezzamento tradizionale verso auto-svezzamento, problematiche legate alle paure dei vaccini, disturbi del sonno ecc.) sono diventate e diventano ogni giorno un prezioso bagaglio per il mio lavoro, da mettere a disposizione delle famiglie (mamme, papà, nonni) che prendo in carico insieme al bimbo mio assistito.
Per le mamme cerco sempre di essere un sostegno: per me le mamme vanno aiutate, incoraggiate, comprese; del resto le mamme hanno sempre ragione ed è fondamentale per me fidarmi del loro istinto. Del resto io vedo il bambino per 15-20 minuti durante la visita, mentre sono loro che lo conoscono bene e devono dirmi se qualcosa non va. E poi penso che il mio lavoro sia fondamentalmente quello di fornire una guida, mai di prevaricare o screditare il ruolo fondamentale dei genitori e, soprattutto, della mamma, che, anzi, difendo sempre strenuamente quando messa in discussione dalla sua stessa famiglia: se criticano un suo modo di fare le dico di rispondere loro “me l’ha detto la pediatra che si fa così!”. Questo io non ho mai potuto farlo…

Peddyfra