Da ragazzo

Da ragazzo, desideravo soltanto essere come i miei genitori. Non contemplavo l’idea di poter essere diverso da loro, meno ancora quella di poter diventare persino migliore di loro.

Volevo essere come loro, prototipo della famiglia in cui tutto fila, baluardo roccioso in mezzo a decine di famiglie che vacillavano e crollavano di continuo. Nelle altre case, mi dicevano e mi dicevo, succedono certe cose perché lì non c’è la famiglia: a casa mia no, la famiglia c’è e da certe cose siamo immuni. Per il mio futuro, mi sarei accontentato anche di costruire una pallida e incompleta copia di quel modello, pur se stentavo a credere di poter essere altrettanto bravo.

Da ragazzo, essenzialmente, non pensavo con la mia testa (avrei ben compreso, in caso contrario, che non tutto filava poi così bene). In questo, ero perfettamente nella norma: tutti gli adolescenti sono diretta emanazione delle sagome di bambino da cui sono appena sgusciati fuori e resta vivo in loro il desiderio di compiacere i propri genitori, di gratificarli; fino a pochi mesi prima, la gratificazione restituita dai genitori faceva per loro la differenza tra la felicità o l’infelicità, immediatamente e senza compromessi.

Eppure i conti non mi tornavano. Non ero come loro. Non si trattava di istinto per la ribellione. E’ qualcosa di più semplice ed essenziale: non esistono due persone uguali, dunque non esistono figli uguali ai genitori. Esistono semmai figli che si conformano ai genitori o genitori che cercano di far conformare i figli alla propria immagine, perché in buona fede si figurano che in quel modo la vita sarà loro più facile; tuttavia, se li lasci fare, i figli non saranno mai la tua replica, avranno idee differenti, modi di fare differenti, strade proprie che possono deviare dalla tua.

Mi ricordo quella sensazione di divaricazione come fosse oggi e non era affatto gradevole sentirsela addosso. Non che qualcuno mi abbia mai forzatamente assoggettato o imposto un modo di essere. Sulla carta, ero libero di diventare chi volevo. Il problema stava nella generale incapacità, da parte dei miei genitori, di concepire punti di vista troppo lontani dai propri, di essere realmente aperti ad essi. Non si può guardare al mondo con diffidenza e sperare che i propri figli non ti imitino. L’esempio è tutto. Puoi dire ad un ragazzo che la vita è la sua e che la sua scelta è libera, ma se nei tuoi occhi leggerà la monumentale speranza che tu imbocchi una certa direzione, quel ragazzo potrà decidere di prenderne un’altra per il puro gusto di farti un dispetto, oppure seguirà la tua idea, solo vagamente confortato delle motivazioni razionali su cui basarla: in entrambi i casi, la sua scelta sarà tutt’altro che libera.

Per indole, io tendevo a sposare la seconda opzione. “Sì, forse vorrei fare diversamente, se tuttavia i miei genitori mi danno un consiglio e loro ne sanno così tanto del mondo e mi vogliono così tanto bene, perché dovrei dubitarne?” E intanto l’altra parte di me cresceva e si incancreniva. La parte autonoma, la parte che scopriva di avere proprio quei punti di vista tanto divergenti da non potersi mai combinare con la casa d’origine. Di cos’era fatta, quella parte? Difetti, provavo a ripetermi. Deviazioni di cui disfarsi. Certo, urlavano, strepitavano, causavano conflitti assurdi, ma finivano sempre lì, stipati al buio, mentre finivo per “rassegnarmi” alla via “liberamente” scelta, in un apparente status di figlio modello che non accontentava nessuno. Non accontentava i miei, che mi leggevano in viso il rancore e non se lo spiegavano. Non accontentava me, che dovevo fare i conti con il lato oscuro senza riuscire a trovargli una collocazione.

Ne sono uscito, alla fine. Ero molto, molto più grande. Avevo almeno il doppio degli anni e arrivati a quel punto, per farcela, mi sono dovuto fare aiutare. Ne sono uscito scoprendo che diventare migliori di chi ti ha preceduto non solo si può: si deve. Oggi sono una persona migliore di quel che altri speravano diventassi, per l’unica ragione che oggi dentro di me ci sono IO. Con lacune e mancanze e imperfezioni gigantesche, ma sono le mie, sono quelle che fanno al caso mio, alla mia indole. Ho scoperto di essere, per quel che attiene a me stesso, certamente la miglior persona che potessi diventare. Lo so per certo poiché mi sveglio mediamente contento al mattino e altrettanto contento vado a letto alla sera – e non è sempre stato così. Ho avuto una vita diversa da quella che mi aspettavo, in questo sono stato fortunato. Ho accettato con curiosità tutta l’infinità di modi possibili di attraversare questo passaggio sulla Terra, studio tutto e non mi prefiguro mai nulla se non un giorno, poi un altro, poi un altro ancora. Chi è venuto prima di me non ha questo stesso atteggiamento per se stesso, ma anche loro, seppur rassegnati allo spettacolo di quegli aspetti di me di cui sono condannati a non capire nulla, penso che guardandomi siano contenti di questa mia raggiunta “beata ignoranza”.

Guardo il mio piccolo. Ha l’età tenera e indifesa di quando basta sapere che papà é vicino per esplodere in buffi salti di gioia. Penso al giorno in cui mi detesterà perché dietro a quell’uomo quasi onnipotente ci avrà scoperto un cretino che non lo comprende… ci penso e mi preoccupo: per lui. Non lo saprò mai in via diretta, ma sono certo che anche i miei genitori fossero soltanto preoccupati per me e mai realmente offesi da quel mio essere crudele e feroce. Anch’io senz’altro mi offenderò, ma durerà poco e sarà un problema del tutto secondario. Manca ancora tantissimo, ma ci sono semi che sento (che sentiamo, io e la mamma) di dover gettare sin da subito: quelli dell’apertura, della fiducia, che consentano a noi per primi di guardare con positività a chi vive diversamente da noi.

Non voglio che mio figlio cresca leggendomi nello sguardo quel disperante bisogno di preservarlo, mentre prego che scelga la via a mio avviso più semplice: vorrei, piuttosto, vi trovasse sempre il desiderio di vederlo crescere felice, prendendo una via, una qualsiasi, purché presa con consapevolezza e con l’impegno di chi non è venuto al mondo solo per coincidenza.

Lo dico da subito: comincerò per tempo a lavorare su me stesso per accettare anche ipotesi per me inconcepibili, ad esempio quella delle due ruote, di cui ho una paura fottutissima. Da qualche parte nell’universo, sono sicuro che esiste una chiave di lettura che mi faccia smettere di pensare ai veicoli a due ruote come a normali veicoli a quattro ruote cui qualche buontempone ha pensato bene di toglierne un paio, tanto per dare soddisfazione alla forza di gravità. Voglio dire, se non fossero guasti, quei veicoli starebbero su da soli… una cosa che, se non la reggi, cade a terra, è fallata per forza di cose! Di buono c’è che ho a disposizione un bel po’ di anni per inventarmi qualcosa. Di certo, a parte il fermo proposito di non comprare mai una moto a mio figlio cascasse il mondo, conoscendomi so già che all’età in questione finirò per comprargli un casco. Tanto in due sul motorino – e senza casco – ci sono andato persino io e nonostante i divieti ferrei. Sarei davvero stupido, se pensassi che funzionerebbero con lui.