Didattica dell’imprevisto

didattica imprevisto

Socrate diceva che “ una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta” e la bellezza sta nel fatto che ciò che si cerca è quasi sempre ignoto. Quando scopri qualcosa di inaspettato, che non avevi previsto, a cui non avevi mai pensato, qualcosa di incredibile appunto, senti quella vocina dentro di te, che ti dice: “hai visto ? Non me lo sono fatto scappare”. Questo vuol dire vivere la propria vita con presenza, vuol dire essere capaci di cogliere le possibilità che ci vengono continuamente offerte sul cammino della conoscenza e del sapere. In questo, i bambini sono maestri… per loro il mondo è ancora tutto una scoperta e la scuola ha il dovere di non spegnere la meraviglia e l’incanto che si legge nei loro occhi ogni qualvolta ciò avviene.
In che modo? Attuando appunto una didattica fondata sulla scoperta e quindi sul superamento degli imprevisti e dei “problemi” che via via si presentano sul percorso verso l’apprendimento. Lo scrittore inglese Walpole ha coniato il termine “serendipità” in riferimento alla fiaba persiana “I tre principi di Serendippo” in cui i tre protagonisti scoprono inaspettatamente, durante la loro avventura, numerosi indizi e soluzioni che puntualmente li tirano fuori dai guai. Con questo termine egli vuole descrivere il processo comune anche nella vita quotidiana, di giungere a scoperte inaspettate, mentre si era intenti a pensare o sperimentare in altre direzioni e con scopi diversi, che non sono direttamente connessi a quanto invece si è trovato.
Questa abilità è innata nei bambini, specialmente nei più piccoli, ma purtroppo si tende a perderla col passare degli anni a causa del continuo sottoporre i bambini stessi a quel processo di omologazione (di cui ho ripetutamente parlato nei miei precedenti articoli) da parte delle istituzioni, in primis della scuola stessa. Nella scuola primaria (a differenza degli altri ordini di scuola) si è compreso già da molti anni, la necessità di attuare una didattica diversa, che prenda spunto dai reali interessi degli allievi e che li guidi, attraverso un processo di ricerca, a scoprire da sé ciò che si vuol loro insegnare.

Nella mia esperienza da insegnante, mi sono quotidianamente imbattuta in questa necessità, non sempre però l’ho vista attuarsi nella pratica…. purtroppo tutto è lasciato alla fantasia e alla creatività del singolo insegnante e ancora adesso, non esiste un metodo condiviso da tutto il corpo docente, nonostante i numerosi “laboratori” che sono stati introdotti negli ultimi decenni. Per fortuna sono molti i maestri e le maestre che svolgono il loro lavoro con passione e amore e che si auto aggiornano e cercano continuamente nuovi approcci. Perchè in realtà si tratta solo di questo: trasmettere amore per ciò che si insegna, rendere vivo ciò che a uno sguardo poco attento, risulta lettera morta, aver voglia di crescere insieme, non tanto per i contenuti acquisiti, quanto per il modo in cui si è giunti ad acquisirli. Gli anni della scuola primaria sono preziosissimi in questo senso, direi anzi decisivi perchè proprio in questi anni si costruisce la personalità dell’individuo e gli si offrono gli strumenti che poi utilizzerà nel corso dell’intera esistenza. Il bravo insegnante può rappresentare la differenza, può mettere in moto processi che ampliano l’orizzonte della vita oppure, come troppo spesso accade, può spegnere ogni interesse e motivazione a cercare cose nuove.
Ho constatato con tristezza questa cosa, lo scorso anno scolastico: mi avevano affidato due classi, una quinta in cui insegnavo italiano, storia e inglese e una quarta in cui insegnavo solo inglese. I bambini di quinta, erano sempre stati “repressi” in ogni loro slancio o curiosità, mentre quelli di quarta, più fortunati, erano stati abituati ad un clima più familiare e di scoperta, per cui avevano acquisito un atteggiamento positivo nei confronti della scuola e vivace nei confronti del sapere. Quelli di quinta invece, odiavano venire a scuola e confrontarsi con qualsiasi imprevisto potesse capitare, entravano in crisi se non gli si diceva passo passo cosa e come fare e si perdevano in particolari assurdi, come la scelta del colore della penna con cui scrivere per esempio. Certo, i bambini hanno bisogno anche di certezze e di regole, poiché non hanno ancora sviluppato quel senso di responsabilità che permette loro di seguire una strada senza perdersi nel nulla, ma arriva un momento in cui occorre che si confrontino con l’inaspettato e che scoprano di avere dentro di sé le risorse necessarie per trovare soluzioni e andare avanti.
Lo descrive bene Massimo Recalcati in “L’ora di lezione”, salvato dall’incontro con una giovane professoressa di lettere che parlava di poesia e letteratura in un modo sconosciuto fino a quel momento, un incontro che gli aprì nuovi orizzonti e lo portò a cambiare atteggiamento nei confronti della vita stessa.

In fondo, la vita è tutta qui!

 

Si ringrazia per la foto www.childream.it,

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