Differenze a scuola

Le differenze del colore della pelle percepite dai bambini della scuola materna, ma anche dai genitori e gli insegnanti.

BAMBINI NERI: LA PERCEZIONE DELLA DIFFERENZA NELLA SCUOLA DELL’INFANZIA

Sentiamo spesso dire che i bambini sono innocenti, che i bambini non vedono le differenze, che i bambini non discriminano.

In effetti, fino verso i quattro anni, fisiologicamente il cervello dei bambini non è ancora pronto ad accorgersi, davvero, di cosa avviene fuori di sé: la prima separazione, quella dalla mamma, la prima autonomia, la prima percezione di sé e quindi la prima percezione degli altri avviene tra i quattro e i cinque anni.

Solitamente è poco dopo che cominciamo a sentire insulti razzisti tra i bambini.

“Sei nero come la cacca”

“Io non gioco con te perché sei nera come la merda”

“Sei brutta come il fango”

“Hai dei capelli da strega!”

E la nostra prima reazione è quella di incolpare i genitori, che hanno rovinato per sempre questi deliziosi fogli bianchi e puri che erano i loro bambini, facendo sentir loro commenti razzisti che sono stati ripetuti.

Non è esattamente così.

Certo, i genitori, l’educazione, l’esempio soprattutto, contano moltissimo.

Ma a volte il bambino esprime semplicemente quello che vede, dando un giudizio che è enorme, ma sempre correlato all’importanza che un bambino dà a un’affermazione del genere.

Quasi ogni giorno mio figlio torna a casa dicendomi non sono più amico di questo o di quello, se si arrabbia come me mi dice non sono più tuo amico e in quel momento è un’affermazione verissima e gravissima per lui, ma dopo un secondo il suo sentimento per me è già cambiato e cambierà ancora esprimendosi ogni volta nella maniera esagerata dei bambini.

Questo non sminuisce l’insulto razzista, ma lo inquadra in un contesto in cui la percezione della differenza non è imputabile (e quindi scaricabile) solo ai genitori, ma anche al fatto che i bambini hanno occhi per vedere.

Vedono una differenza, in questo caso il colore della pelle di una sfumatura diversa e la interpretano a modo loro.

E a volte il loro modo è violento, esprime uno sconcerto sincero e nel caso di bambini piccoli, anche di grosso impatto.

Per far sì che questa notazione di differenza non si trasformi in insulto, in offesa e in ferita, bisogna che la sovrascrittura dei genitori e degli insegnanti, che comunque c’è, resti neutra come nasce negli occhi di un bambino.

Tra genitori di bambini afroitaliani si discute molto di come reagire e di come insegnare ai nostri figli a reagire agli insulti.

Per esempio insegniamo ai figli a dire se io sono nero come la cacca tu sei bianco come il vomito.

Un bambino, per non sentirsi ferito non deve sentirsi schiacciato, e per non sentirsi schiacciato deve aver modo di rispondere allo stesso livello a un suo pari: in questo modo registra che una differenza esiste (cromatica) e la rilancia, sciogliendola.

E il discorso può restare allo stesso livello di “sei scemo” e “specchio riflesso senza ritorno”.

Non illudiamoci che non torni a casa ferito dall’insulto.

Ma almeno, oltre alla ferita, non sentirà una differenza che va al di là della sfumatura cromatica, una differenza che non è più semplicemente visiva, psicologicamente neutra, ma che si fa strada nel suo cuore come un marchio di errore: “sono sbagliato in un mondo di giusti” – se saprà rispondere non si sentirà né diverso né sbagliato, ma solo nero, un colore come un altro.

Altro paio di maniche sono genitori e insegnanti.

Per loro l’insulto è subito razzista, che lo sentano pronunciare o che lo pronuncino loro stessi.

Non potendo nulla verso gli adulti che incontro per la strada, posso però suggerire che sarebbe auspicabile che nelle scuole ci fossero corsi di formazione specifici per gli insegnanti.

Che imparino che non si grida “Momo, è arrivata la baby sitter!” quando compare la sua mamma bianca perché supporre che una differenza cromatica sia anche una distanza famigliare può far sentire escluso il bambino dal cerchio della famiglie “giuste”.

Che imparino che sarebbe utile ragionare sulle favole, le storie, le filastrocche che leggono in classe che sempre hanno bellissimi protagonisti bianchi e biondi e mai protagonisti neri (e solo raramente comparse nere), che è ora di finirla con le storie sull’uomo nero che ti mangia perché magari quell’uomo nero è uno dei papà e agli occhi del suo bambino viene trattato da cattivo, o è uno dei loro bambini che diventerà adulto pensando che gli altri hanno paura di lui.

Che imparino che oggi non è più sufficiente un semplice sorvolare sul problema, non affrontarlo illudendosi che essere giusti con tutti (e molti insegnanti si sforzano di esserlo davvero!) è l’unico atteggiamento valido: certamente è un bel passo avanti, ma non è più sufficiente.

Un bambino nero non è “di colore”, è nero, perché il suo colore è nero e sentirsi in imbarazzo nel dire “nero” significa trasmettere che essere neri è imbarazzante.

E la scuola deve fornire colori, matite, pennarelli, tempere di tutte le sfumature di marrone, in modo che i bambini possano scegliere di disegnarsi o di disegnare i compagni esattamente come li vedono.

Un bambino nero non è un dolce cioccolatino, è un bam-bi-no ne-ro che non ha alcun bisogno di essere soprannominato se non per affetto, come avviene con tutti i bambini: topolino o patatino o fragolina e anche nocciolina o cioccolatino sono soprannomi accettabili se usati per tutti in egual misura, non lo sono se servono a mascherare imbarazzo.

Un bambino nero non è beeeellissimo! Un amooore!

Ci sono un sacco di bambini neri brutti, esattamente come tutti gli altri bambini.

Non c’è nessun bisogno di riservare un trattamento di favore ai bimbi neri.

Una fotografia che mostra un bambino nero e uno bianco abbracciati non è deliziosa, è razzista: è la bontà del bianco che si accorge del nero e ci manda in deliquio perché “i bambini sono tanto buoni, mica come noi…” – due bambini abbracciati sono solo due bambini abbracciati, se vi va sono deliziosi, ma non dipende dal colore della loro pelle.

Un bambino o una bambina che crescono in un ambiente equilibrato, dove il loro colore o la loro capigliatura non sono motivo di imbarazzo, di trattamenti speciali, di sottolineature, sarà perfettamente in grado di sopravvivere senza traumi ad un insulto che riguarda il colore della loro pelle o i loro capelli crespi.

Un bambino che sente attorno a lui imbarazzo e silenzi e grossolani errori quando si parla della sua pelle, sarà un bambino insicuro, e se insultato ne uscirà seriamente ferito.

Vedete voi.