Distacchi

Mi hai insegnato il dono dell’indipendenza reciproca, da subito, da appena nato.
Sei cresciuto e hai scoperto le coccole quando è arrivato un fratello mammone a fartene vedere la bellezza.
Sei rimasto coerente al tuo essere te stesso ma sempre visibilmente felice di avere mamma e papà dietro che ti guardavano, che facevano il tifo per te, che ti seguivano, che parlavano con le tue maestre e sorridevano ai tuoi amici.
Non ci hai mai coinvolto molto nei tuoi giochi: sei un solitario, lavori bene da solo e hai bisogno di spazi tuoi. Sei sempre venuto da noi per ogni problema e ogni traguardo da mostrare, per farti aiutare, per farci vedere che sì vuoi stare da solo, ma possiamo concederti di starci.
Ogni conquista che fai me la doni con orgoglio, come fosse un regalo anche per me. Non hai bisogno che io ti dica che sei bravo, sei pienamente cosciente di te, se fai le cose bene sai riconoscertelo da solo, per fortuna; vuoi che io sappia che ogni tua conquista è in qualche modo anche mia, e di tuo padre.
Hai imparato a fare un minimo di spesa da solo, stando attento al costo e al prezzo, per quello che riesci.
Hai imparato a scrivere coi tuoi tempi, come sempre, e scrivi benissimo, in un corsivo ordinato, preciso e piccolo.
Porti la gioia in ogni dove: ridi con gli occhi, parli con la testa, comunichi, racconti, incuriosisci.
Assorbi qualsiasi stimolo: che sia la geografia, o la matematica, o un film, o la scienza, tu incameri tutto e se hai domande sono sempre pertinenti e intelligenti.
Monti da solo costruzioni adatte a bambini di dieci anni e tu di anni ne hai appena fatti sette.
Mi guardi con ammirazione quando mi vesto bene per uscire, mi fai complimenti bellissimi e mi prendi per mano, come a dire “ehi, guardate, lei è la mia mamma”.

Ti ho portato in un posto dove le mamme raramente coccolano i figli per strada, dove non si mettono a farsi gli scherzi e a giocare, dove non accompagnano i figli a scuola.
E proprio dalla scuola sta iniziando il nuovo distacco a cui no, non ero proprio pronta.
Sei quasi l’unico bambino che viene accompagnato: i tuoi compagni e amici al massimo vengono con l’autista o la nounou, altrimenti col pulmino; non ci sono mamme che tengono la mano o aiutano a portare la cartella, nella tua scuola, come in nessuna scuola di Abidjan.
E tu inizi a non volerla più, quella mano, a scuola. A vergognarti di averne ancora bisogno e voglia, di quella mano.
Io l’ho capito tardi, poi te l’ho letto negli occhi, il disagio di essere ancora più unico di quanto tu non sia già: sei bianco bianco, pieno di efelidi, biondo e con gli occhi color salvia in una scuola di bimbi di varie sfumature di nero, dalla punta dei capelli a quella dei piedi. Io e te, amore mio, lampeggiamo, nel cortile della scuola.
E tu provi disagio per una mamma che ti segue e fa quello che qualsiasi mamma italiana di prima elementare farebbe coi propri figli: ti accompagna, ti bacia, ti incoraggia.
Così ho smesso di farlo, poco a poco.
È dura, sai, non prenderti per mano, lasciarti andare da solo; è dura non baciarti quando vado via ma dirti solo “Patato ci vediamo dopo, passa una bella giornata”.
Perché ci siamo costruiti un’indipendenza reciproca che fa sì che possiamo essere felici anche se non siamo fisicamente vicini, ma che ha le sue meravigliose eccezioni: il saluto, la buonanotte, le coccole spontanee e improvvise, il racconto di ciò che ci accade.
Questo posto così diverso ti ha già portato a vergognarti della tua età e dei tuoi bisogni, ancora, da bambino; ti sta portando ad un’età accelerata, che non ti appartiene, che non ti è naturale. Sei abituato a indipendenze graduali e naturali, ne stai sperimentando una indotta: devi staccarti da me non perché ne hai bisogno ma perché hai bisogno di omologarti. Ed è un bisogno sacrosanto e primario, soprattutto qui, dove sarai sempre un diverso, per quanto tutti siano carini con te e le ragazzine ti guardino con sorrisetti da innamoramento di prima elementare.
Sei troppo piccolo per portare la tua diversità con orgoglio, per ora è solo un limite.
E questo distacco che in fondo non è voluto da nessuno di noi, ti pone nella strana posizione di chi vuol far credere un qualcosa che ancora non è accaduto: la mano di mamma ti fa ancora piacere, ma la maschera del “sono anche io come voi”, ti impone di lasciarla.
Non ero pronta al bisogno di omologazione: di quella mano, patato, temo di aver bisogno io, ancora.