Diversamente uguali, ugualmente diversi.

 Siamo in bagno e mentre Francesco fa la pipì, Matilde fissa la sua gamba e con l’indice puntato gli dice: “Cos’è lì?” – ovviamente riporto l’espressione pronunciata esattamente senza correggerla linguisticamente – “La mia mamma ha detto che è un neo! – risponde di tutto punto Francesco senza esitazione. La bambina resta perplessa e poi torna a giocare.

I bambini sono attenti ai dettagli. Già. Sanno cogliere particolari che noi ingenuamente pensiamo passino inosservati. Ma non è questo il punto, bensì solo la premessa. Ovvero: punto 1) guai a chi solo accenni a pensare che essi non possano capire, comprendere, dare una spiegazione e perfino una soluzione a ciò che accade attorno a loro e a loro; punto 2) nulla passa davanti ai loro occhi in maniera superficiale e senza che essi non si siano interrogati.

Cogliere le differenze. Ebbene, questa è una loro capacità/abilità e pervade tutti gli aspetti della giornata a scuola. “Maestra, alla Giulia però hai dato un foglio più grande del mio…”. Bene, l’osservazione è il loro punto forte! “Maestra, però Filippo quando gioca con noi fa delle altre cose diverse…” – “Ognuno ha un suo modo per giocare, non siamo tutti uguali.”.

Mi chiedo spesso quanto siamo consapevoli di ciò che passa dietro a tante affermazioni che usiamo coi bambini : non siamo tutti uguali, siamo diversi, ognuno di noi ha le sue particolarità, … ; mi chiedo poi se davvero diamo ai bambini la possibilità di esperire per davvero e non solo “a parole” questo grande principio di vita: la diversità come qualcosa che costituisce le nostre identità fin da quando siamo piccoli, la diversità come valore da accogliere e non da evitare, la diversità come risorsa e arricchimento per noi stessi e non come qualcosa che svaluta.

Eppure questa diversità si presenta di continuo coi bambini, direi ogni istante a scuola: quando un bambino esprime il desiderio di fare una cosa diversamente da come ha dato l’indicazione l’insegnante; quando un bambino esprime se stesso ai suoi compagni con quelle frasi che sentiamo durante il loro gioco “Io faccio così…, tu puoi fare così…”; quando un bambino a tavola ci dice che preferisce una pietanza piuttosto che un’altra; quando in una classe viene dato un tema del disegno e vengono fuori tutti disegni completamente diversi! Cosa pensavate che fosse la diversità a scuola?

La parola “diverso” credo ricorra molto, molto più spesso della parola “uguale”.

Forse a questa diversità abbiamo dato un ruolo troppo importante; lo crediamo un concetto alto, lontano, da far imparare ai bambini; in realtà i bambini già lo possiedono – è nostra la presunzione che tutto venga da noi adulti – e forse la diversità che si vede a scuola è più vicina a un’idea di semplicità, di identità, di espressione del sé che di tante altre cose.

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Certo, quando a scuola si parla di diversità, tutti pensano che il tema salti fuori perché in una classe è presente un bambino diversamente abile. La diversità è anche quello, ma non solo quello.

Ricordo alcuni bambini diversamente abili passati nella nostra scuola attraverso i quali noi “adulti” abbiamo imparato grandi lezioni di vita. I bambini si prendevano cura di loro pur non avendo mai esplicitato con loro una tale richiesta, al punto che l’insegnante di sostegno in alcune occasioni con un sorriso lasciava spazio ai bambini e ai loro gesti di cura. Ricordo quei bambini compiere progressi ed evoluzioni mai raggiunte con terapie e riabilitazioni per il solo fatto di essere stati inseriti in contesti di vita sociale – quale è una scuola, quali sono i bambini -. Forse quando Vygotskyj quando parlava di “zona di sviluppo prossimale” si riferiva anche a situazioni come queste. Ricordo bambini spiegarmi in maniera diretta – quasi pensassero io non avessi capito che handicap avesse il loro compagno – a cosa dovevo stare attenta mentre mi accingevo a fare una determinata cosa.

Se fossimo attenti, attenti davvero, ci accorgeremmo che i bambini ci stanno già mostrando loro cos’è la diversità.

Sara