Diversità e amore

Voler bene ad una persona “diversa” ci porta a volte a scontrarci con la società per difenderla e difenderci. A volte è facile, a volte meno.

Ieri sera Piergiorgio era al telefono con la zia e la stava rassicurando sul fatto che scenderemo presto e che festeggeremo il compleanno del fratello anche insieme a lei.
Ale deve aver chiesto in qualche modo la stessa cosa anche del suo compleanno, oppure lui ha interpretato così.
Così il mio figlio maggiore le ha detto “no zia Acca io festeggerò in un locale per grandi”; la risposta dall’altra parte del telefono deve essere stata un comprensibile e prevedibile “e io?”
Da questa parte del telefono ho sentito dire da mio figlio una frase che mi ha colto di sorpresa: “Ale ci saranno i miei compagni di classe, non hai paura che ti prendano in giro?”

E così anche Piergiorgio ha varcato il confine della consapevolezza.
Perché Piergiorgio non sa spiegarlo, ma la paura che Ale venga presa in giro è sua, non della zia (che magari non se ne renderebbe neanche conto).
Perché si è reso conto che la diversità della sua adorata zia Acca lo rende fragile, perché non vuole trovarsi a dover, parole sue, “prendere a calci e cacciare fuori” il compagno che magari fa la battutina fuori luogo, compagno che rivedrà tutti i giorni per i prossimi due anni e mezzo.

Perché è ancora troppo insicuro, in un momento in cui è anche lui un diverso (viene da fuori, scrive male in italiano, ha le lentiggini, parla un’altra lingua, è goffo, si sta inserendo in un gruppo che si è formato due anni fa senza di lui), per difendere la diversità altrui.

Ed è arrivato il momento di spiegargli che è normale, sentirsi così. Che ci si sente di merda, ma è umano. Che purtroppo troverà sempre, nella vita, qualcuno che, nella vigliaccheria del non voler affrontare uno scontro diretto con te che sei in grado di controbattere e difenderti, userà la diversità di una persona che ami per ferirti in quello spazio del cuore dove ci sono gli affetti puri, quelli senza domande, senza perché, quelli che annullano qualsiasi diversità.

Mio figlio sta sperimentando la frustrazione del non poter evitare che accada, come la sperimentai io molti anni prima di lui.
Ha dalla sua la fortuna di non aver avuto aspettative deluse dalla diversità della zia: l’ha presa così com’è senza mai avere la tristezza di chiedersi come avrebbe potuto essere “se”, senza la rabbia del non poter cambiare le cose, senza il senso di inadeguatezza del non saper gestire un rapporto che si spiega e si dispiega su piani diversi.
Piergiorgio ama sua zia senza se e senza ma, con una pazienza infinita e una sensibilità estrema, e non è pronto ad accettare di condividerla con qualcuno che non la ama allo stesso modo, non è pronto ad accettare di doverla difendere dalle persone che frequenta. Brutalmente, non è pronto a mettersi sulle spalle la sua diversità, che a lui non pesa ma che altri potrebbero fargli pesare.

E io lo capisco, lo capisco bene. So che ne soffre, so che si sente in colpa, so che ha paura e so che non sa spiegarlo; so che ha paura di essere giudicato, che ha paura di ferire o di deludere la zia, noi, i nonni. E so anche che, in situazioni come questa, potrebbe arrivare il senso di colpa per essere normali, per i passi che non avranno più lo stesso ritmo.

C’è qualcosa che a volte può essere perfino più difficile di essere noi stessi i “diversi”, ed è il voler bene ad una persona la cui diversità la società non è ancora pronta ad affrontare e accettare come sfumatura della realtà.
Ed è quello che Piergiorgio, con tanta tristezza, ha capito ieri sera.