Donne e lavoro, tra differenze culturali e integrazione

Donne e lavoro: un binomio ormai considerato quasi indissolubile nella nostra società. Ma cosa accade nelle famiglie bicult?

venditrice di arachidi

 

Donne e lavoro: una relazione complicata che si dipana tra stereotipi, esigenze economiche, bisogno di realizzazione, produttività.

Verrebbe spontaneo pensare che nelle famiglie bicult (ovvero, per essere chiari, di cultura e provenienza “mista”) ci possano essere differenze di percezione di questa realtà.
Come vedremo non è esattamente così.

Partiamo da un assunto fondamentale: in linea di massima le famigli bicult si formano a seguito dell’emigrazione di uno dei due componenti la coppia, e l’emigrazione generalmente dipende da esigenze economiche. Esigenze che si facevano socialmente diffusamente pressanti anche al paese d’origine dove, generalizzando molto, il desiderio maschile di tenere a casa la propria donna è riservato a quei pochissimi che possono permetterselo.

Quaggiù da noi, peraltro, sono davvero pochi gli uomini che pretendono una moglie casalinga, se alcune mamme optano per la casalinghitudine è proprio per scelta e difficilmente per cultura.

Quindi persone che intendono lavorare incontrano persone che intendono lavorare, da qualunque parte provengano: io non conosco nessuna famiglia, né vicina né lontana dalle mie frequentazioni, in cui il marito imponga che sua moglie non lavori. Magari qualcuno o qualcuna lo preferirebbe, ma siamo realistici! È davvero difficile poterselo permettere.

Sono abbastanza convinta che la crisi economica mondiale più recente abbia svelato a molti uomini, vicini e lontani, i vantaggi di avere un doppio stipendio in famiglia e una moglie realizzata anche fuori casa: pare che, in Europa da molto tempo, nei paesi di forte emigrazione da meno tempo, gli uomini abbiano smesso o stiano smettendo il ruolo di cacciatori di mammuth.

La mia esperienza in questo ambito mi ha confermato che ci sia stato un generale adeguamento culturale, che, non pur non avendo ancora messo mano realmente alle differenze di genere e alle necessità del potere maschile, ha però mostrato quanto il lavoro di entrambi sia importante aprendo la via (un percorso ancora tutto da intraprendere, ma almeno accennato) per una maggiore considerazione del lavoro femminile a molti livelli.

Ho conosciuto un medico, una signora italiana di circa cinquant’anni bella e forte, specializzata in chirurgia della mano, acuta animatrice di molti salotti bene: suo marito, trent’anni molto ben distribuiti tra muscoli e sorriso smagliante importato per l’occasione dal Belize, non si è mai sognato di lavorare – né, per altro, di farle mai trovare una cena pronta. E non era neppure utilizzabile come accompagnatore, giacché la vita sociale di lei lo annoiava.
Lui era ben felice che la moglie lavorasse.

Ho incontrato una signora senegalese, in Senegal, insegnante di liceo con uno stipendio decisamente buono. Era sempre molto elegante e ostentava acconciature elaboratissime costate sicuramente giorni interi di parrucchiere. I suoi figli però avevano un solo paio di scarpe malandate, faticavano a trovare i libri per la scuola e mangiavano pollo una sola volta a settimana: il marito era, da diversi anni, disoccupato, e la moglie non poetava spendere il suo stipendio altro che per sé, o lo avrebbe umiliato.
Lui no, non era felice che la moglie lavorasse.

Ok, questi sono due esempi assolutamente estremi… la realtà quotidiana si pone ovviamente tra le mille sfumature comprese tra queste due situazioni: per quanto riguarda il lavoro, la concezione del lavoro, le aspettative e i ruoli di genere, una famiglia bicult in Italia nel 2016 non ha niente, ma davvero niente di diverso da una onecult.
Forse è un passo verso l’integrazione anche questo!