E ora che siamo stati in vacanza

E ora che siamo stati in vacanza, ho davvero bisogno di una vacanza!

Nella prima decade di luglio, moglie ed io abbiamo trascorso, insieme al figlio di dieci mesi, nove giorni di villeggiatura, i primi della sua vita… e come sistematicamente avviene in tutti gli ambiti, anche in tema di “prima vacanza da genitori” l’esperienza della paternità si è schiantata frontalmente contro la necessità fisiologica di cancellare ogni ricordo di come ERA partire in vacanza in due e di ridisegnare in toto gli equilibri in trio.

A cominciare dall’aspetto pratico.

Non dimentichiamoci, per prima cosa, che io e mia moglie abbiamo, nel tempo, rasentato il nomadismo.
Nel corso dei tanti anni trascorsi da coppietta, abbiamo infilato fantastici viaggi itineranti in automobile, sino alla punta estrema del Portogallo, sino a Budapest, a Parigi, a Dubrovnik, oltre naturalmente al supertour della Nuova Zelanda in viaggio di nozze.
Tutte esperienze affrontate con il minimo grado di pianificazione e con i bagagli preparati, senza troppo patema, il pomeriggio prima di partire. Basta andare, poi si vedrà.
Si lasciava casa per due o tre settimane ostentando in viso quel ghigno irridente nei confronti dei tanti poveretti che, nonostante tutto, non hanno ancora capito come organizzarsi in maniera efficiente. Ad ogni viaggio, una macchina sempre più perfetta.

prima vacanza in famiglia

Guardala ora, la macchina perfetta: sembra una Fiat Brava del ’97. Guarda me, tre mesi fa, mentre cercavo il sito giusto per andare a fare neppure dieci giorni di vacanza al mare e, per far questo, ne ho dedicati almeno altri dieci alla immane ricerca online di un appartamento che fosse, nell’ordine: non distante dalla mia città, a due passi dal mare (possibilmente un mare dal fondale basso e la sabbia sottile), climatizzato, capiente, attrezzato, con ascensore, con cucina adeguata, silenzioso, centrale.
Mille e una richieste per un viaggio che più stanziale di così si muore, io che ho attraversato impavido decine di frontiere!
Li ho visualizzati con chiarezza, nella mia mente, gli sguardi vendicativi dei “poveretti che non sanno organizzarsi”. Li ho immaginati mentre mi prendevano per un orecchio e mi dicevano “ti è più chiaro, adesso?”.

Poco male. Lo sforzo è stato premiato dal ritrovamento in extremis dell’appartamento perfetto e persino non troppo caro. Quindi, dico, basterà preparare tutto, predisporre in tre lunghi giorni quello che, più che un bagaglio vacanziero, sembra un esodo di massa verso la Terra Promessa, stipare il baule dell’auto di tutto il necessario per Francesco (alla fine è servito TUTTO, senza eccezioni), trovare un angoletto residuo dell’auto per i due minuscoli trolley con tutte le nostre cose da adulti e una volta giunti, finalmente, avremo un po’ di relax. Giusto?

Vi vedo perplessi. Avete ragione ad esserlo.

Come sempre nell’ultimo anno, arrivati in loco scopriamo di non aver fatto i conti con una realtà imprevista.
Noi non siamo abituati a vivere tutti e tre sotto lo stesso tetto per ventiquattro ore al giorno! Non lo abbiamo mai fatto. L’ultima volta che qualcuno è stato ininterrottamente a contatto con il bambino per giorni e giorni era mia moglie durante la maternità; in primo luogo, però, io non ero sempre lì con loro; secondo, ogni tanto qualche familiare veniva in soccorso ma soprattutto, terzo, all’epoca non avevamo lo stesso bambino! Il fagotto che dormiva, piangeva, mangiava e ri-dormiva si è tramutato in un colosso che balla (sì, mio figlio balla), tira, spinge, se sostenuto per le mani cammina sulle dune e si getta tra i flutti marini come David Hasselhoff, mangia tonnellate di sabbia e si annoia se non gioca.
Esiste in quanto persona, non più in quanto fagotto. Reclama attenzione assoluta e costante salvo quando non dorme (e rammentiamolo: lui dorme la notte, tutta la notte, ma di giorno non perdona. Mai).

Aver trovato, per questa nostra prima vacanza in tre, condizioni ottimali e a misura di famiglia ha aiutato, moltissimo, ad attenuare lo stress di quella esperienza. Ma l’ha attenuato, non certo eliminato. Parlo di stress non solo in termini negativi, perché l’esperienza del contatto totalizzante non si può ridurre al solo “buono” o al solo “cattivo” che in essa è contenuto.
Totalizzante vuol dire… totalizzante.
Rimette in gioco tutti quei meccanismi di spaesamento emotivo che lavoro, nonni, qualche libera uscita e soprattutto la routine dei giorni feriali avevano saputo ridimensionare. Si può essere contemporaneamente partner e padre (o madre), continuativamente ed esclusivamente, dal mattino appena svegli alla sera quando si crolla?

È una sensazione che richiama alla memoria, fortemente, la prima vacanza insieme da fidanzati; non a caso molti la temono come la peste sino a fingersi morti per evitarla. Non si è abituati alla presenza continua e costante di lei – che pur amiamo follemente – noi abituati a gestirci il tempo libero come più ci aggrada. Con il figlio è simile, tranne che ne siamo forse addirittura più innamorati sebbene si tratti, ahimè, di una presenza estremamente invadente, pressante, rompiscatole e le cui richieste vanno esaudite senza troppe storie.
Non esiste una donna (o un uomo) per cui saremmo disposti a tanto; per cui, soprattutto, rinunceremmo a quella confortevole e rassicurante compagnia della partner con cui nel tempo abbiamo imparato a completarci.

Si torna a casa, alla fine, esausti. Devo essere onesto, la sera stessa in cui siamo rientrati ho accolto la proposta di un calcetto amatoriale tra amici come fosse un invito a un live dei Queen riuniti con Freddie Mercury redivivo.

Ma non bisogna avere fretta di riprendersi: piano piano si recupera un po’ di spazio per se stessi (il riposo quello no, è irrecuperabile); ci si rilassa, tornando a lavoro.
Si rimettono i tasselli al proprio posto. Allora, solo allora, quando l’elettricità si è placata e l’iperstimolazione è terminata, si può guardare alla vacanza trascorsa come a quel che è realmente stato: un momento di crescita fondamentale, la sperimentazione di qualcosa di eterno e irripetibile, la conoscenza profonda di chi vive con te e di solito sei troppo occupato ad accudire.
Mi è tornato alla mente, allora, il periodo di quando Chicco aveva solo pochi giorni: periodo di cui ricordo ogni istante e di cui tuttavia, come chiunque altro, non ho capito assolutamente nulla mentre lo vivevo.
Ricordo che, con mia moglie, in quelle settimane ci scannavamo ad ogni battito di ciglia.
Sono esperienze fortissime e uniche, bisogna accettarne la ruvidezza e persino assaporarla, se si vuole poi conservarne il succo.

In fondo, va riassunta in questo, l’esperienza da genitore: non far passare troppe ore tra il momento del caos, in cui il tempo si accelera, e la consapevolezza, successiva, che proprio quel tempo accelerato è il tuo tesoro, la tua ricchezza.
Le fotografie di voi che porterai con te per sempre, come per sempre restano le fotografie di te e della tua famiglia al mare, nel 1977.
Saper rallentare e respirare l’aria di quelle fotografie, finché ancora la stampa non si è asciugata.

E’ un’aura che sbiadisce presto. Vale la pena di non perdersela.