Echi di estati lontane

Echi di estati lontane, in ordine sparso

Il tagliaerba dalla finestra aperta, qualche cane che abbaiava monotono chissà dove. L’estate si preannunciava così, quando ero bambina.

Arrivava il tempo dei gelati, rigorosamente concessi solo d’estate.

Da bambina il gelato si mangiava un po’, poi si faceva sciogliere, si mischiava con la paletta e si beveva.

Arrivava anche il tempo dell’anguria che per me aveva tanti nomi diversi: cocomero in Abruzzese, pateca in Ligure, a seconda di dove la mangiavo, nelle mie lunghissime estati in giro per l’Italia.

Sapori e odori di infanzia: solo l’estate ha questo potere evocativo. Basta un suono, un odore e si torna bambini. Le estati passate sono cosi vicine che sembra di poterle afferrare con una mano, invece sono perse in luoghi e tempi che non esistono più, e il ricordo dei volti e del calore di chi non c’è più rende tutto agrodolce

Ricordo quel rumore sull’asfalto rovente, il ciabattare trascinato degli zoccoli di legno.

Quel rumore, quanto lo amo, quanto fa estate.

Ricordo l’aereo con lo striscione pubblicitario che passava lungo la spiaggia, chissà se passa ancora, a Pescara, chissà da dove partiva e dove andava, chissà se lo stesso lo avete visto anche voi che oggi mi leggete. (e chissà se i miei figli mi crederanno quando gli racconterò che i banner passavano in spiaggia una volta).

Ricordo poi nelle mie notti abruzzesi la magia della Via Lattea, il fresco sulla pelle e il naso all’insù, alla ricerca di un po’ di magia.

Ho scoperto che la via Lattea non si vede più . L’inquinamento luminoso, pare.

L’ho cercata una notte, sicura di trovarla sopra la mia testa, e invece non c’è più. In realtà c’è ancora, ma cosa cambia, se non la si può più vedere.

la via lattea

Ricordo gli odori delle case, quanti odori diversi possono avere le case. Da cosa dipenderanno, poi, questi odori. Dall’essenza di le abita e di chi le ha abitate probabilmente. Odori del cuore, anche se non sono profumi.

Ricordo il fresco dei portoni e il caldo delle strade, le canzoni anni 80 del juke box , che provenivano dal bar sotto casa, ricordo che quei ragazzi grandi mi sembravano così belli, felici e così fortunati sulla loro Ritmo cabriolet. Io ero solo una bambina con le ginocchia perennemente sbucciate ma ero sicura che da grande sarei stata come loro, in fondo da grandi si era tutti belli come attori e senza preoccupazioni, per come la vedevo allora

Poi è arrivato il Grunge a farmi cambiare idea e di allora ho perso le illusioni, ma ho ancora le ginocchia piene di cicatrici, che quando prendo il sole vengono fuori, per ricordarmi che io ero davvero quella bambina.

Ricordo la sensazione della pelle delle cosce sui sedili di pelle del treno e l’odore che ti rimaneva addosso per giorni nei nostri lunghi viaggi . Attraversavo le stazioni, le coste, le campagne di mezza Italia, vedevo passare dai finestrini di treni pieni di valigie e di compagni di viaggio sconosciuti un’Italia che non c’è più, che a volte ancora penso di trovare dove l’ho lasciata, senza rendermi conto che il tempo è andato avanti da allora.

Gli scompartimenti del treno diventavano un micromondo, si conoscevano persone, storie, c’erano quelli che partivano da Torino e arrivavano a Lecce, quelli che facevano le vacanze a Riccione, chi tornava al Paese, come in fondo faceva mia madre.

Una volta, anni dopo, mi sono anche innamorata, contraccambiata, di un ragazzo su un treno. Un colpo di fulmine da treno, iniziato a Torinoe finito a Civitanova Marche, dove è sceso lui. Anche perché quell’estate mi sono innamorata almeno altre 10 volte.

Ma quello fu molto dopo, quella fu un’altra me.