Educare è un lavoro, lasciamoli lavorare!

L’esperienza del nostro papà con le educatrici del nido del figlio. Come i caratteri opposti di due professioniste influiscono nella gestione dei bambini e dei genitori

Noi italiani siamo un popolo di allenatori di calcio, di esperti di finanza e di gestione della cosa pubblica, di guru del commercio globale e, da ultimo, di professori di pedagogia e metodi educativi. Non si spiegherebbe, altrimenti, la continua intromissione giudicante in quello che è un lavoro a tutti gli effetti – più delicato di altri, visto che riguarda il benessere dei nostri figli – di cui non conosciamo niente se non la scorza superficiale.

Farò una premessa ed un racconto esplicativo autobiografico.

La premessa: più di tre ragazzini festanti e rumorosi, messi vicini tra loro, fanno di me Charles Manson. Nutro quindi massima ammirazione per chi vive la sua giornata di lavoro circondato da quegli esseri senza aprire il fuoco.

Il racconto: nella classe del nido di mio figlio, categoria due/treenni (i “terribili due”, la chiamano), all’inizio dell’anno c’erano due educatrici. La prima dolce, solare, affettuosa, comunicativa, che già aveva accompagnato la classe l’anno precedente. La seconda più fredda, meno empatica, apparentemente un po’ scostante, nulla affatto incline ai convenevoli e poco latrice di pucciosità.

(N.B.: il termine “pucciosità” non dovrebbe esistere in nessun luogo della terra, ma ho deciso arbitrariamente di usarlo. Mi serve per qualificare un atteggiamento di dolcezza assoluto, isolato dal resto di un insieme più complesso)

Bambini e genitori, neanche a dirlo, prediligevano la prima. Anche il marito, a quanto pare, la prediligeva alquanto, considerato che, tempo poche settimane, ci è stato reso noto il suo stato di gravidanza. Occorreva trovare una sostituta.

C’è stato un periodo intermedio in cui la non empatica è stata alternativamente affiancata dalla futura mamma e da una temporanea assistente, nell’attesa che la scuola completasse i colloqui e nominasse una nuova titolare.

Ciò è avvenuto a cavallo delle festività natalizie. La non empatica è attualmente affiancata da una nuova titolare, una ragazza bionda se possibile ancor più affettuosa, comunicativa e sorridente della precedente, che bionda non era. Bambini e genitori, neanche a dirlo, preferiscono la biondina. Mio figlio, che ha da sempre una innata predilezione per le bionde, ha addirittura smesso di piangere quando entra al nido. Sa che dentro c’è la bionda, si gira, “ciao papà” con ampio gesto della mano, volta i tacchi e fila dentro.

In tutto questo, l’uomo della strada (e la donna di Whatsapp, meglio descritta in un altro post ) non perde occasione per contestare, bacchettare, esprimere perplessità. Non ne perde nemmeno una. Che per carità, umano. Ma anche un po’ diabolico.

E si mira al bersaglio grosso, quello più ovvio e meno difendibile: la poco empatica. La poco empatica che ha un carattere introverso e non riesce più di tanto a intrattenersi con i genitori, ad essere propositiva. La poco empatica che “mio figlio non ci ha mica legato tanto, sa”. La poco empatica che diceva che il bambino non era pronto per togliere il pannolino, ma io volevo toglierlo, ma lei, ma io, e noi, e lei fra noi. La poco empatica che nell’arco di un anno qualche piccolo screzio l’ha avuto con tutti, perché è fatta così. Anche con me una volta è stata indelicata e non mi è piaciuta. C’è da dire che però, se ho qualcosa da ridire, io aspetto che non ci sia nessuno e lo riferisco direttamente agli interessati senza crearne un caso sui social (ma io sono strano, si sa).

Fatto sta che questa ragazza non sta uscendo con noi la sera per prendere una pizza tra amici. Sta lavorando, nel modo che lei conosce. Un lavoro fatto di mille sfaccettature, responsabilità, equilibri nel gestire il materiale umano in miniatura, i relativi genitori, i colleghi, gli orari. Un lavoro che, tornando alla premessa, mi farebbe mettere le mani tra i capelli dopo dieci minuti. Questa ragazza un po’ brusca, che di primo acchito nessuno di noi inviterebbe a cena per farsi due risate, ha preso una classe di bambini che non conosceva e l’ha accompagnata senza traumi nel passaggio attraverso una, due, tre sue colleghe. Ha tenuto il polso della situazione, ha raccolto insieme il gruppo, ha dovuto ella stessa rapportarsi in modo sempre diverso alle sue diverse colleghe: eppure l’ambiente è rimasto sereno e i bambini tutti felici. È evidentemente una professionista di estrema capacità, una che è in grado di collaborare e dividersi. Non mi è “simpatica”, ma non deve essermi simpatica: deve essere capace, lo è stata. High five per te. Hai la mia stima.

I genitori, al contrario, non trovano molto di meglio da fare se non romperle le palle per quanto poco pucciosa appaia al mondo esterno. La gente spesso predilige l’apparenza, la capacità di fascinare, di piacere. Il che ha pure il suo peso, ma insegnare ed educare è una professione e i professionisti tutti (lo so sulla mia pelle) non possono solo essere buoni venditori di fumo: il bluff, prima o poi si vede.

Oggi si parla di spannolinare e di gestire le influenze o le varicelle. Domani si tratterà di far apprendere, di valutare, di stimolare e contribuire all’educazione. Sarà che nell’essere un professionista mi rendo conto che tanti aspetti del mio lavoro il mondo esterno non è tenuto a conoscerli (né io a farglieli conoscere); sarà che la professoressa cui più devo, in termini di stimolo al mio percorso formativo, aveva la simpatia e il calore umano di un congelatore a pozzetto; sarà che finché una cosa non la conosco, ci penso mille volte prima di giudicarla… penso che agli insegnanti di mio figlio darò sempre ben più di una possibilità.

Poi magari avrò a che fare con dei cani e avrò sbagliato. Ma resto convinto che la linea tra “non concordare” e “giudicare male il modo in cui una persona fa un lavoro che non so fare” non sia neanche tanto sottile. Stiamocene ciascuno dal proprio lato della linea. Che tanto di stupidaggini ne facciamo tutti già così, senza impicciarci.