Educazione religiosa?

Quando si ha un figlio, prima o poi, arriva il momento di decidere se e come dargli un’educazione religiosa. Le scelte dei padri, spesso, dipendono da come hanno vissuto questi temi quando erano loro, i figli.

Come lo introduco, io, un figlio alla religione? Le mie domande superano di gran lunga le possibili risposte…

Come si impartisce un’educazione religiosa ad un figlio?

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Quando avevo circa otto anni, una sera, in procinto di addormentarmi nel mio lettino, mi misi a rimuginare sul concetto di infinito. Purtroppo avevo una mente più curiosa della media – riconosco che, a quell’età, sarebbe stato il caso di scegliere chi preferivo tra Actarus e Hiroshi Shiba (nessuno dei due: ero fan di Haran Banjo); mi chiesi invece cosa ci fosse ai confini dell’universo.

Un muro, mi risposi.

Ero piccolo e quasi me la feci bastare; prevalse però il desiderio di indagare ed ecco l’infame domanda:

“Sì… ma cosa c’è oltre il muro?”

Disastro! Si scatenò un putiferio di immagini di pezzi di universo al di fuori del muro che venivano a loro volta racchiusi da muri oltre i quali c’era dell’altro universo ancora, e dopo, e dopo… e dopo?

Le mie “seghe mentali” precedettero e di molti anni, quelle carnali: mi scontrai prestissimo con dilemmi quali: “Cosa c’è oltre?”, “Cosa è venuto prima?” e “Cosa verrà dopo?”.

Essendo solo un bambino, provavo molta paura per l’enormità di queste realtà così sterminate ma ancora avevo dei filtri che mi impedivano di sentirmene parte, di comprendere a quanto a fondo siamo tutti invischiati nella caducità della vita a fronte dell’infinito. Mi bastavano Cielo, Terra, Paradiso ed Inferno e, per l’intanto, potevo addormentarmi rinviando a “quando sarò grande” la spiegazione su cosa si trova oltre le mura ai confini dell’universo.

Va da sé che i filtri caddero con l’arrivo dell’adolescenza. Come quella sera in cui, in procinto di addormentarmi nel mio letto singolo, mi paralizzai al pensiero di “Oddio, cosa verrà dopo di me?! E che ne resterà di me, allora?”.

Impossibile propinare così, tout court, l’ipotetico Regno dei Cieli ad un ragazzo che, già quando aveva otto anni, giocava con le mura oltre il firmamento. Mi sopraggiunse così una paura folle della morte che tentai di esorcizzare in tutte le maniere più ovvie, dall’ascolto del death metal più estremo e nichilista alla lettura di testi esoterici ed orrorifici classici e meno classici, oltre che Dylan Dog come se piovesse.

Nulla da fare, la paura era sempre lì.

Mi buttai dunque sulle letture scientifiche, numerose e sempre più complesse, sino ad ottenere finalmente il risultato sperato: continuare a misconoscere il senso e l’origine della vita, a perdermi nel mistero della sua fine, a sguazzare come tutti nell’incertezza totale ma, al contempo, rimanendo sempre più sbigottito e incuriosito da quanto lo spazio, la massa, il tempo, la gravità siano aggrovigliati su se stessi, l’uno dentro l’altro, in universi multidimensionali con potenziali contatti con altri universi. Nessuna risposta, ma una tale scarica di bagliori folgoranti da lasciarmi seduto in un angoletto, rassegnato della mia piccolezza e ancora preoccupato della mia caducità, ma del tutto ammirato da un simile ordine cosmico.

Ci credo, nell’ordine cosmico. Non so se descriverlo come un vecchio barbuto, una costellazione di globi di luce o una serie di leggi fisiche e matematiche, ma penso sinceramente che esista e di farne parte. Spesso mi affido ad esso, non propriamente “pregando” ma rimanendo sereno che le cose andranno nella direzione in cui devono andare, quella direzione intrapresa con il Big Bang (e prima? Chissà…) e che mi ha consentito di esserci adesso.

Cielo, Terra, Paradiso e Inferno non li ho completamente rinnegati o messi da parte, anzi, ne apprezzo fortemente il simbolismo. Certo, non credo assolutamente che chi in Terra si comporta bene andrà su una nuvoletta e chi agisce male finirà sotto terra tra le fiamme. Percepisco però, per qualche ragione che non mi spiego bene neppure io, che qualcosa di noi residuerà e cambierà semplicemente di stato, dopo che ce ne saremo andati: difficile da comprendere ma, del resto, è forse facile comprendere che la tastiera su cui ora sto picchiettando sembra dura e solida quando in verità è composta prevalentemente di vuoto riempito da entità che, scomposte sino a raggiungere la lunghezza di Plank, altro non sono se non pacchetti di energia, talvolta onde, talvolta particelle? È forse facile convincersi che il tempo è null’altro se non la percezione di una dimensione e quindi io ho sempre picchiettato su questi tasti, sin dall’inizio (e se togli il tempo percepito, non esiste neppure un “inizio” o un “sempre”)?

Aver ricevuto un’educazione religiosa non ha saputo far di me un credente. Però ha fatto di me altre cose: uno “sperante”, innanzitutto. Mi ha reso impossibile liquidare come semplicemente “inesistente” tutto ciò che non capisco e che non posso verificare e questa la ritengo una ricchezza. Ogni volta che mi imbatto in chi ragiona in quella prospettiva, mi rendo conto che, alla fin fine, dire che “non c’è nulla” è un dogma, come dire “esiste il Dio dei Cristiani”. La stessa Scienza sarebbe ferma a un paio di secoli fa, se non ci fosse stata una spinta ad indagare, sempre più vicino (e quanto ancora siamo lontani!) all’imponderabile, all’eterno, all’intangibile. Mi ha aiutato, infine, a sentirmi legato all’Universo, alla Natura, al prossimo, a tutto ciò che è al di fuori di me, che trascende da me e che tuttavia fa parte di me, come io faccio parte di esso.

E torniamo al punto di partenza: come porsi di fronte alla possibilità di impartire un’educazione religiosa ad un figlio?

Io, vista la quantità di domande che mi son fatto nella vita, lo farò di certo in maniera non dogmatica: sicuramente non lo porterò in chiesa animato dall’idea che “debba” avere una fede religiosa, né gliela negherò o nasconderò a forza perché “avere fede in qualcosa che non si vede è solo superstizione”.

La religione, girala come ti pare, è la risposta umana a una domanda legittima e piena di senso: opporre che la domanda è inutile mi sembra radicale almeno quanto imporre ad essa una risposta obbligata.

Per questo sono più orientato a consentire a mio figlio una frequentazione della pratica religiosa anche perché, come ho già scritto, ad essa, pur con tutti i miei innegabili dubbi, attribuisco anche un certo valore simbolico che al trascendentale può comunque avvicinare. Non ho “traumi” né in una direzione né nell’altra, non penso che nella Chiesa (o nella Moschea, o nella Sinagoga) risieda la salvezza né la dannazione, purché vissuta in un’ottica sana.

Quindi Francesco verrà educato alla religione come viene educato all’apprendimento, all’uso della tecnologia e a tutto il resto: standogli vicino passo passo, consentendogli di fare senza strafare, supportandone i dubbi, sostenendone le aperture e soprattutto, nella consapevolezza che quale che sia la Regola scelta (con la maiuscola, perché alle Regole in senso antico io credo… religiosamente), poi dovrà rispettarla senza ipocrisie. In un turbinio di domande, l’unica mia certezza è che ne abbiamo tutti abbastanza, delle tante anime pie che dispensano al mondo giudizi e granitiche verità, ma al confronto delle quali persino io sembro San Benedetto da Norcia: io sono scarsamente credente… loro, cosa sono?