Facciamo una gara?

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Facciamo una gara? Questa la domanda che da un anno a questa parte sento ripetere senza tregua, dalla mattina quando ci si prepara per la scuola, fino a sera quando si indossa il pigiama per dormire. Da quando Andrea ha iniziato a parlare in modo fluente, beh diciamo comprensibile; da quando Beatrice ha scoperto che avere quattro anni in più può essere un vantaggio; insomma da quando il temibile duo ha sviluppato un’insano desiderio di vittoria, la gara è diventata una costante della giornata!
All’inizio la cosa era divertente, a volte persino utile (“vince chi corre in bagno per primo a lavare i denti” oppure “facciamo la gara della colazione più veloce”), credevo che una sana competizione potesse essere positiva.
Ma poi Dodo è cresciuto e insieme a lui la sua agilità/forza/determinazione nel vincere. Fomentato dalla passione (che definirei, in sostanza, maniacale) per Cars e per le corse automobilistiche, la frase “ho vinto!” ha raggiunto la top ten. Anche quando vinto non ha! E questo non sarebbe nulla, se non che Bea, di contro, accetta di malavoglia la sconfitta, soprattutto quando non c’è.
E così ora la frase iniziale di molti giochi è “Non è una gara!”. Sì, ok, non sarà una gara, ma Dodo annuncia lo stesso trionfante la sua vittoria! E non vi sto a dire quanto questo possa far piacere a mia figlia! A volte mi viene la tentazione di evitare che giochino insieme per non sentirli discutere su questo! Ma non lo faccio, eh! In fondo il broncio dura poco, a furia di “esercizio” ora riescono il più delle volte a risolvere le loro litigate e a trovare un compromesso senza il mio intervento (e ammetto che ne vado fiera!).
In ogni caso ho fissato alcuni punti da tenere a mente in caso di situazioni apparentemente irrisolvibili.
Punto primo: Andrea ha solo tra anni e mezzo! A volte me lo dimentico, ma soprattutto se lo dimentica Bea! Mi chiedo come sia possibile che a sette anni ci si possa dimenticare di averne appena avuti tre. Possono quattro anni cancellare completamente il ricordo dei giochi infantili? O è solo un espediente più o meno consapevole dei fratelli maggiori per portarsi alla pari con i più piccoli?
In definitiva Dodo è ancora piccolo, alla sorella non facevo fare le cose che fa lui, non parlavo come parlo a lui, non mi aspettavo quello che mi aspetto da lui. E se in alcuni casi può essere uno stimolo, a volte sento che sto calcando la mano e mi dispiace.
Punto secondo: Beatrice ha passato quattro anni della sua vita da figlia unica: nessuno glieli potrà togliere ma neppure ridare indietro. La gelosia è fisiologica, non sto lottando contro questo sentimento, né voglio che lei lo trattenga o lo nasconda. Dobbiamo solo cercare un modo per rendere questo spirito competitivo un aspetto positivo del loro crescere insieme.
Punto terzo: un gioco è solo un gioco. Non sto dicendo che giocare non sia utile, che non abbia dei risvolti educativi o non crei situazioni che simulano la vita reale. Anzi! Ho sempre pensato che il gioco fosse un punto cardine della loro crescita! Però vorrei che giocare volesse significare divertimento e non voglia di vincere a ogni costo; creatività e non “io vinco, tu perdi!”. Insomma vorrei giocassero insieme non contro.
So che sono tutti pensieri utopistici i miei, e magari qualche pedagogista mi direbbe che sbaglio… Però quanto mi riempiono il cuore le loro risate? Quando si abbracciano e fanno a turno con l’hoola hop, quando si spingono in altalena e raccolgono margherite! Per poi concludere con “il MIO mazzetto di fiori per la mamma è più grande!”.

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