Fai come fa papà (… o forse no)

Ci sono cose diversissime, al mondo, di cui aver paura. Talmente tante e disparate che ciascuno di noi è al contempo pauroso e coraggiosissimo. Si può lasciare senza paura un posto di lavoro per mettersi in proprio e poi svenire dal terrore sulle montagne russe. Si può guardare un serpente senza paura e paralizzarsi dinanzi a una falena.

Come padre, non temo minimamente le alzatacce in piena notte, l’educazione del bambino, le nostre piccole banali incomprensioni, il tempo che non mi basta più per fare nulla. Non ho neppure la paranoia che si faccia male. Un papà coraggioso, si direbbe. Mi pietrifico, piuttosto, al pensiero che per questo futuro uomo il modello di riferimento sarò io.

Non posso farcela. Quarant’anni di sforzi per accettare e convivere con le proprie imperfezioni buttati al vento nel momento in cui capisci che con esse e con le loro conseguenze ora dovrà conviverci tuo figlio.

No, non posso farcela.

Guardavo in TV, settimane fa, l’intervista a un noto (ex?) uomo politico già sindaco di Roma, anche scrittore e cineasta – sono stato chiaro, no? – figlio di un altrettanto noto giornalista dei tempi che furono. Alla memoria di suo padre, l’intervistato ha appena dedicato un suo libro. Ascoltavo distrattamente i suoi racconti, i suoi aneddoti, lo sentivo sviscerare la figura di suo padre… e all’improvviso, nella distrazione, mi arriva dritta con un pugno allo stomaco la consapevolezza: se un domani mio figlio volesse scrivere un libro su quel modello che per lui è stato la personificazione dell’ “uomo”, nel bene e nel male, la figura che più di tutte lo avrà segnato, lo scriverebbe su di me! Non so se nella vita farò mai qualcosa per cui diventare “noto” o “rilevante”, eppure potrei essere il degno e legittimo protagonista di una storia, per il solo fatto di essere padre per mio figlio.

L’idea mi fa tremare le tempie. Non ho mai avuto paura di sbagliare, nel senso che ho sempre considerato gli sbagli parte inevitabile di un percorso in cui poi si impara. Mi rendo conto, tuttavia, che ogni mia mancanza sarà per mio figlio un piccolo trauma, ogni mio difetto un suo potenziale difetto, ogni mio eccesso aprirà in lui un conflitto. Non parlo di educazione o di come porsi con lui. C’è molto di peggio: puoi sforzarti di educare un figlio perché diventi la migliore delle persone e poi accorgerti che quel tentativo di educazione ha fatto a malapena da filtro al tuo modo di essere uomo a prescindere, a come realmente sei mentre ti impegni a predicare bene, alle tue abitudini malsane che hai tentato di non trasmettergli, senza successo. L’esempio è tutto.

Lo riscontro con chiarezza nei miei genitori: hanno voluto che crescessi senza quelle che loro considerano debolezze e che paradossalmente, secondo me, sono invece la parte più umana e genuina del loro essere. Volevano e speravano che io diventassi un uomo scaltro, furbo, che non mi facessi fregare, che pensassi in primo luogo al mio benessere, che ad essere troppo buoni poi la gente se ne approfitta e ti fa soffrire. Hanno fallito. La loro educazione rigida e un po’ cinica mi ha solo disorientato ma non è riuscita a celare l’uomo e la donna (soprattutto la donna) fondamentalmente buoni, generosi e solo bisognosi di affetto, frustrati dall’essere stati capiti poco e male. La scorza me l’hanno indurita, ma il frutto dentro è maturato estremamente tenero e dolce. Perché loro sono così, punto, non ci si può far nulla. La mia fortuna è che loro sono migliori di come vorrebbero essere, con l’unica maledizione di essere destinati a non capirlo mai, e non il contrario.

Ed eccomi qui, come volevasi dimostrare, che parlo dei miei genitori e ne faccio un paradigma, eccomi qui che dedico un pezzetto di articolo al loro esempio, come probabilmente farà mio figlio nei miei riguardi quando sarà grande.

Un tempo, quando ascoltavo i racconti di bambini maltrattati, cresciuti violenti e crudeli per seguire quel pattern, me ne dispiacevo e basta. Oggi mi viene da piangere e talvolta, quando sono molto stanco, piango sul serio. Una discussione con mia moglie più brusca del solito, una mossa stizzita quella sera in cui sono esausto o magari influenzato, dolorante; tutto quel mio lato aggressivo, infantile e negativo che ho addomesticato negli anni, un potenziale bellico di tutto rispetto puntato contro la serenità dell’essere umano che più amo al mondo, pronto a saltare in aria al momento sbagliato. Una parola cattiva nei suoi confronti. Un’ingiustizia nei confronti del prossimo. Tutto ciò esiste, è umano, è normale, fa parte della mia imperfezione. Non ho mai “sbagliato” a cuor leggero, mi è anzi sempre dispiaciuto farlo, ma ora…

ora non si tratta più di errori. Si tratta del Big One californiano, il terremoto sulla faglia che prima o poi travolgerà San Francisco: tutti sanno che avverrà, l’unico dubbio è quando. Mi sforzerò, mi impegnerò, mi darò da fare per limitare al massimo il cattivo esempio. Costruirò comportamenti e modi di fare il più possibile antisismici. Arriverà però il giorno che farò uno, due, tre, chissà quanti errori gravi, quegli errori che tutti i figli del mondo imputano ai propri genitori, errori che se sono fortunati sapranno perdonare e con cui dovranno convivere in eterno se fortunati non sono. Magari ne ho già fatti e neppure lo so.

Sarò sincero: nessuno mi aveva avvertito. Mi avevano parlato della preoccupazione per i figli, della pazienza necessaria con loro, dei vari fastidi che possono dare, della pazienza necessaria, delle notti insonni, della pazienza necessaria, della pazienza e, qualche volta, della pazienza. Nessuno mi aveva preparato a questo: sebbene tuo figlio non ti appartenga, puoi guardare a lui e vedere le tue brutture riflesse come in uno specchio. Diventeranno parte di lui e solo a lui starà di trovare il modo di porre rimedio ad esse: ma la responsabilità sarà stata tua.

Ancora e per un’ultima volta: non posso farcela.

Come chiunque, tuttavia, in un modo o nell’altro lo farò.