Femminismo africano: adichie, sow fall e quelle nel mezzo

Le donne simbolo del femminismo africano: il loro attivismo, il loro impegno e la capiacità di diventare modelli ed esempi di vita.

Come nel mondo occidentale, anche tra le culture non occidentali, esistono la quotidianità da una parte e il femminismo dall’altra.
Esiste una quotidianità fatta di differenze di genere strumentalizzate e utilizzate per tenere le donne in ruoli secondari. Ed esiste un movimento femminista (o più movimenti) che rivendicano autorevolezza, parità, potere, partecipazione.

La quotidianità, più o meno faticosa, fatta di maggiori o minori conquiste, la conosciamo tutti. Le realtà africane non sono molto differenti da quella italiana. Forse le donne africane stanno un po’ peggio, a seconda dei paesi e dei contesti sociali. Ma non c’è molto di cui parlare da questo punto di vista.

Preferisco parlare del femminismo, tanto meno conosciuto quando più interessante e originale.

“Un/una femminista è qualcuno che dice: sì c’è un problema di genere oggi e noi dobbiamo risolverlo, noi tutti dobbiamo far meglio.” CHIMAMANDA NGOZI ADICHIE “Dovremmo essere tutti femministi” (2015)

Chimamanda Ngozi Adichie è una scrittrice nigeriana, attivista e femminista, contemporanea.

Quello che vorrei che fosse chiaro è che esiste un femminismo africano moderno, come ne esiste uno più antico. Che sono diversi tra loro e soprattutto diversi dal femminismo occidentale.

Anzi, oggi le femministe africane hanno tra i loro punti di forza quello di differenziarsi dal femminismo occidentale.

Perchè una cambiamento di mentalità possa attraversare come un filo conduttore il femminismo afro-americano e quello africano e della diaspora, e tenere conto delle esperienze specifiche e dei contesti delle donne nere.

Questo concetto è stato coniato dalla scrittrice afroamericana Alice Walker, con il termine womanism: qualcosa di diverso dal femminismo occidentale, dalle rivendicazioni delle donne bianche.

Il femminismo, in Africa e nella comunità femminile afro-americana è stato sempre associato alla cultura bianca, alla donna bianca che spesso, pur femminista, era razzista proprio come gli altri. Una womanist ama le donne, la loro cultura, ma ama anche gli uomini e fare bambini, combatte il razzismo, odia i separatismi.

Dunque il femminismo africano non è un’esperienza di derivazione occidentale.

Le donne africane lottano per i propri diritti, ma anche per la crescita delle loro società. Combattono per i loro figli. Rivendicano il proprio ruolo sociale, ma senza rinnegare ciò che fa parte della tradizione, e che le ha rese ciò che sono. Le femministe africane hanno poco tempo per dimostrare, protestare, manifestare: sono troppo impegnate a tenere in piedi un continente che arranca. E infatti le vediamo impegnate in ruoli economici e istituzionali.

Ma non le conosciamo affatto.

E hanno alle spalle una storia, fatta di donne guerriere, regine, combattenti, oppositrici di regimi coloniali, molto forte, benchè a noi sconosciuta.

Nel volume “Reines d’Afrique et héroïnes de la Diaspora noire” (Sepia), dedicato a grandi protagoniste che hanno fatto la storia dell’Africa e della diaspora “le donne africane si sono sempre coinvolte nelle grandi imprese e nelle lotte delle loro società. [..]”.
Ma i media occidentali tendono a trasmettere di loro solo l’immagine di vittime: dell’ignoranza, della miseria, della mancanza di cure, dell’Aids, della sottomissione ad un potere maschile opprimente, a una cultura di genere che le squalifica. Invece le donne africane sono molto spesso vittime, in una concezione molto ampia di questo termine, ma sono anche protagoniste del cambiamento che da vittime le porta ad essere protagoniste.

Una storia del movimento femminile o delle femministe in Africa non è facile da tracciare. Non ha un inizio preciso e, naturalmente, non è ancora finita. Si può provare  a fare un elenco, che aiuta a conoscere le donne africane, anzi le “fenomenali femministe africane” come le definisce il blog For Harriet, che stanno influenzando la politica e la società del continente.

Si può provare a restare aggiornati sugli studi e le attività intorno al mondo dell’African Feminist Forum o dell’African Gender Institute. Si può provare anche a stupirsi di quante donne in Africa siano alla guida dei loro Paesi e abbiano ricoperto o coprano il ruolo di primo ministro, presidente, ministro degli Esteri.

O approfondire la storia di vere e proprie icone africane del passato, illustrate in questa mappa dell’UNESCO.

Quello che andrebbe invece evitato è continuare a inscatolare le donne africane nella solita, stucchevole iconografia stereotipata dei media.

Quelle che lottano e fanno fatica, le sopravvissute alla lotta e quelle che si sono affrancate e hanno guadagnato qualche forma di libertà e acquisito un ruolo nella società: sono le tre categorie di stereotipo identificate da Minna Salami, scrittrice, blogger ed esperta di femminismo africano. Visioni distorte – illusions le chiama Minna – proposte e riproposte dai media occidentali che mostrano donne affaticate sotto il peso di taniche d’acqua e di bambini, violentate dalle guerre, o sorridenti (e riconoscenti) all’obbiettivo, come segno di superamento di un calvario perenne, spesso aiutate da ONG. O, infine, donne che sono diventate qualcuno ma pur sempre passando dalla medesima ordalia o discendenti di chi ha attraversato l’inferno.

Ma le vite delle donne africane sono molto più sfumate e complesse. Afropolitan, il blog della scrittrice e studiosa, di padre nigeriano e madre finlandese, è un mondo che bisognerebbe visitare. Almeno se si ha voglia di conoscere il femminismo dall’angolazione africana e l’Africa dall’angolazione femminista Perchè di ricerche sulle donne africane da parte di donne occidentali – ricorda ancora la scrittrice in una sua partecipazione a TED – ne sono state fatte tante, ma queste non tengono conto di quanto il colonialismo e il razzismo abbiano influenzato e cambiato la vita delle donne africane.

 

Tra le tante donne, attiviste, scrittrici, imprenditrici e donne di potere femministe, che il continente africano e la diaspora hanno prodotto, io ne ho a cuore soprattutto una. Atipica rispetto a quanto detto fin qui.

Aminata Sow Fall, senegalese, scrittrice di successo soprattutto negli anni ’80, impegnata con forza nella crescita culturale del suo paese, nella denuncia delle condizioni di povertà e diseguaglianza, nella difesa dei diritti degli scrittori e nella riforma dell’insegnamento.

Non la si può proprio definire una femminista. Nè si può dire che abbia rivendicato per sè un ruolo femminista all’interno dei movimenti africani.

Nei suoi libri, le donne ricoprono ruoli tradizionale e anzi, la difesa della tradizione ricorre, nei suoi racconti.

Spesso è stata definita una anti-femminista e proprio per questo motivo io la scelgo come modello di quel femminismo che non ha nulla a che vedere con le categorie occidentali: Aminata Sow Fall ha rivendicato la crescita del suo paese e ha avuto successo, ha ottenuto riconoscimenti, ricoperto ruoli importanti, ottenuto dei cambiamenti.

Appartiene a una generazione precedente a quella delle femministe africane di cui si è parlato e descritto più sopra.

Io la sento come una madre, per tutte loro (non pretendendo che loro siano d’accordo), e come un esempio per tutte quelle donne (africane, sicuramente, ma anche non africane), che con discrezione e con determinazione, decidono di portare a termine un compito politico importante e ci riescono.

Una donna che senza bruciare reggiseni in piazza, ha molto insegnato cosa significa essere una donna, attraverso l’esempio, il lavoro, la passione, la convinzione.

E ne ho particolarmente a cuore anche un’altra, con la quale ho iniziato questo articolo e con cui desidero concluderlo:

L’una e l’altra (e le altre), per me, esempi e modelli, spunti di riflessione e di emozione profonda.

 

 

ph.credits Academie Français Paris e Minna Salami account on linkedin,Alchetron