Feste e donne

Continuano le avventure della nostra Estrogena, questa volta alle prese con la festa della donna e con la riscoperta dell’importanza dell’amicizia…

Una volta, una sola volta è bastata.
mi sono fatta fregare una sola volta, con un’uscita solodonnetuttedonne per l’8 marzo.

Mi era sembrata una cosa carina e avendo un figlio (ancora uno solo) piccolo non uscivo da tempo quindi sarei andata anche alla sagra del bue muschiato pur di far qualcosa con qualcuno che sapesse andare oltre l’indicativo presente e con il quale non avessi vincoli legali o biologici.

In poche parole mi serviva un’ora d’aria.

Già sul dress code c’era stato qualche dubbio: da una parte Mr D che proponeva qualcosa di normale tendente al monacale (chissà perché) e dall’altra l’amica Semprefiga che caldeggiava vestitino e tacco 15.
Alla fine li avevo mandati a pascere entrambi e avevo optato per una maglia aderente ma non troppo, scollata il giusto, un jeans skinny e un tacco alto ma sobrio. Ovviamente erano, per ragioni opposte, scontenti entrambi.

Cena per donne di quelle a menù fisso, posto carino, gruppo di amiche storiche che tra impegni, fidanzati, mariti e figli non aveva più molte occasioni di ritrovo.
Per evitare figure atroci ci si era perfino messe in sicurezza evitando di invitare Barbiefescion, che era ancora parte del gruppo.
Non avevamo però considerato la possibilità che nel ristorante ci fosse anche altro genere di fauna, decisamente più a caccia di noi che in finale, seppure ancora giovani, eravamo tutte più o meno impegnate, fidanzate, sposate, e in qualche caso anche madri.

All’entrata del primo aitante giovane con mazzo di mimosa, dal tavolo dietro al nostro era già partita la battuta di caccia. Dal secondo in poi si erano uniti anche altri tavoli, tra ragazzine in età da patente e donne in età da “quasi quasi stasera mi svolto la serata”.
Al terzo venditore di mimosa eravamo agli ammiccamenti diretti, al quinto ai fischi alla pecorara e dal decimo ho visto scivolare da mani curatissime biglietti con numero di telefono.

Un’orda di femmine sbavanti. Io iniziavo a sentire una grande nostalgia del mio unenne sbavante e di una serata divano, televisore e piedi orizzontali. Le mie compagne di tavolo alternavano occhi sbarrati ad attacchi di risa incontenibili.
Un successone, proprio.

Ovvio che non ripetemmo l’esperienza, ma forse proprio quella sera nacque l’idea di un appuntamento mensile per stare tutte insieme e confrontarci sulle nostre vite sentimentali e non. Forse nessuna di noi voleva finire come quelle del tavolo 2, che dotate di fede al dito elargivano o chiedevano numeri di telefono risultando onestamente abbastanza grottesche e patetiche nel loro voler dimostrare di divertirsi ad ogni costo.

Ci eravamo accorte, facendo una prova su strada, che quello che ci serviva non era andare a cena fuori per sentirci fighe, bensì una base solida di confronto per capirci meglio e riappropriarci di una dimensione in cui eravamo ancora le donne del sabato sera in discoteca o dell’aperitivo, solo con altre variabili in più.
Nessuna di noi avrebbe scambiato la propria vita del momento con un’altra diversa, ma aveva bisogno, ogni tanto, di sentirsi per una sera soltanto se stessa e non anche “la ragazza di”, “la moglie di” o “la mamma di”. Una finestra su se stesse, da aprire ogni tanto.

Da allora ci siamo imposte di concederci una serata insieme almeno una volta al mese, e in barba al pessimismo ci siamo riuscite quasi sempre tutte. A volte è in un locale, a volte a casa di una delle single del gruppo (che sono sempre meno), ma torniamo a casa serene e contente, apprezzando ancora di più quello che ci aspetta dietro alla porta, forse perché meno “scontato”.

Di certo una cosa quell’8 marzo ci insegnò: mai andare per locali per feste se sei fuori dal coro. O se non sai fischiare alla pecorara ;).