Figure di riferimento

Ho visto varie volte il film L’attimo fuggente e, ogni volta, l’ho trovato meraviglioso ma, soprattutto, coinvolgente dal momento che sono stata insegnante sia nella scuola media che all’istituto magistrale e, ogni volta, mi sono chiesta se anch’io ero riuscita a comunicare ai miei alunni le cose, i valori in cui ho sempre creduto: l’ amicizia, il rispetto, la coerenza, il rispetto per le proprie idee: insomma, sono riuscita a comunicare loro qualcosa che andasse oltre l’ insegnamento, qualcosa che lasciasse un’impronta da seguire, anche da criticare, ma che non scivolasse via subito dopo aver terminato il periodo di studi che avevamo percorso insieme? Mi auguro di si, altrimenti avrei fallito come insegnante e come persona!

Una volta una signora mi chiese cosa insegnassi e io, con molta semplicità, le ho risposto che, soprattutto agli alunni della scuola media, insegnavo anche i più elementari modi di comportarsi, di confrontarsi con gli altri, a rispettare le idee altrui e a far rispettare le proprie: in poche parole li educavo a vivere.

Sono convinta che non esiste una sola figura di riferimento, ma moltissime: dando  per scontati i genitori, le persone che sono riuscite a plasmare il nostro carattere, il nostro essere, le nostre inclinazioni possono essere anche amici, parenti, conoscenti o addirittura persone che abbiamo incontrato una sola volta ma che sono riuscite a comunicarci qualcosa che è rimasto, che” ha lasciato il segno”.

Naturalmente, le persone che più hanno lasciato la loro impronta in noi sono quelle che, per i casi della vita, ci sono state più vicine, fisicamente parlando.
Quando io sono nata, la mia famiglia abitava a casa di nonna Ninetta (chissà quante volte ho già parlato di lei!) insieme alle sorelle di papà. Tutti loro, ovviamente, sono stati i miei punti di riferimento, chi più chi meno, ma sicuramente la persona che mi è stata più vicina nei primi anni di vita è stata proprio nonna Ninetta (Caterina per l’ anagrafe!): è strano, vero? come ho già detto altre volte, lei era del tutto analfabeta, ma le difficoltà e le avversità che avevano costellato la sua vita le avevano anche dato la forza di andare avanti con le sue capacità, anche senza saper leggere e scrivere.

Si era sposata molto giovane con un vedovo con 5 figli a carico, la più piccola di appena due anni; dal loro matrimonio nacquero mio padre e le mie zie ma, quando papà aveva solo tredici anni, nonno Domenico morì di difterite lasciandola con ben 8 figli: potete immaginare come possa essere stata la sua vita!
Era il 1927 e lei dovette darsi  da fare per trovare lavoro nei campi e poi, finalmente a casa, dove si era “inventata” un asilo per i figli delle vicine che facevano le lavandaie per i benestanti del circondario.

Quando sono nata io, nonna aveva 68 anni, come me adesso!, ma nel 1947 una persona, a quella età, era considerata già vecchia, non anziana;era piccola di statura e portava solo abiti lunghi e scuri, come si confaceva alle donne di quell’ età e di quei tempi: gli unici suoi vezzi erano le scarpe con tacco di 2 cm (che mi piacevano moltissimo!) e una borsetta nera, che metteva solo quando usciva per andare alla Messa.
Per il resto della settimana rimaneva in casa perché le scale di casa ormai erano diventate troppo alte per lei e quindi io avevo l’onere e l’onore di andare a comprarle la pasta e la conserva di pomodoro nel negozio sotto casa; una volta mi dette due soldi per la spesa e io, quasi scandalizzata, dall’alto dei miei 4 anni le dissi che ormai si usavano le lire, non più i soldi!

Quando aveva finito di rigovernare, si metteva alla finestra con uno sgabellino sotto ai piedi e mi indicava tutti quelli che passavano per strada e che, stranamente, erano tutti imparentati con noi: uno era il cugino della suocera di una sua nipote, un’altra era una sorella-cugina di suo padre(la sorella-cugina era semplicemente una cugina di primo grado) e così via, ma proprio perché per lei la parentela era sacra, aveva sempre preteso da me che li salutassi tutti, incontrandoli per strada, e rispondessi alle loro inevitabili domande: “Chi sei? di chi sei figlia?”e io rispondevo sempre che ero la nipote di Ninetta la Boccoletta!

Tutto questo sembra non aver attinenza col tema in questione: come può un’analfabeta mai uscita di casa aver lasciato un’impronta così forte?
Nonna non mi ha mai raccontato le solite favole tradizionali, ma episodi della sua vita come se lo fossero ed io restavo incantata ad ascoltarla per ore mentre la aiutavo a dipanare la lana per fare tanti piccoli lavoretti ai ferri che lei stessa mi aveva insegnato, perché per lei le mani non dovevano mai essere oziose.
La sua presenza al mio fianco è stata costante fino a che non ci ha lasciati, quando avevo 14 anni.
Anche se di poche parole, sapevo di poter contare su di lei, sul suo appoggio sulle sue carezze furtive,quasi timide, quando voleva farmi sapere che era contenta di me.

Una presenza indelebile, che ho portato nel cuore e nella mia famiglia, parlandone con le mie figlie e poi anche con i miei nipoti. Forse questa è l’essenza di una figura di riferimento: non ci lascia mai e attraversa, mediante i racconti, gli aneddoti e la saggezza, anche la vita delle generazioni che vengono dopo!