Fortuna, che non sapeva volare

C’è una responsabilità più grande che possa coprire le mancanze delle figure sociali di riferimento?

Quando i latini dicevano “nomen omen” intendevano che il nome di una persona conteneva spesso un presagio sul suo destino. Il ché implicava anche una scelta molto più ragionata di quella di oggi, nell’attribuire un nome ad un bambino, è evidente.

Come è evidente che il nome della piccola Fortuna, angelo volato via perché non aveva le ali, sia stato più una speranza che un destino. Perché di fortuna, per dove è nata, per dove è vissuta, per come è vissuta, gliene sarebbe servita molta più di quella che ha avuto.
Perché esistono ancora, in Italia (e non stiamo parlando del terzo mondo, ma dell’Italia), posti in cui per vivere c’è bisogno di fortuna. Fortuna di non incontrare l’orco, fortuna di non dover sottostare alle violenze, o alle minacce, fortuna di non finire a volare senza ali.

Il quadro che esce da questa vicenda è qualcosa di raccapricciante, per i fatti, per l’omertà, per la quotidianità con cui i bambini vivevano certe cose, per la mancanza di morale, di etica, di empatia, di solidarietà, di coscienza civile.
Un buco nero. Il nulla. Non c’è speranza, e soprattutto non c’è fortuna, e quella che può arrivare non basta, non basta mai, in quel posto dal nome che ha il suono di una promessa non mantenuta.

In questa vicenda qualcuno ha coniato la terrificante, soprattutto perché vera, richiesta dell’istituzione di uno “stato di calamità per minori”. Una calamità innaturale, che ha un colpevole, un volto, tanti volti.

Una rete di persone che sa, che immagina, che sospetta, che vede… e tace. Fa i suoi calcoli e tace.

Una rete di fili che traccia un disegno in cui l’attore principale, quello che va salvaguardato, è l’adulto, l’orco. Le comparse, su quel palcoscenico, a Parco Verde, sono i bambini. Sono loro che devono fare numero perché il protagonista resti tale, perché ne esca divertito ma soprattutto protetto. Ed è a loro, ai bambini, che viene chiesto di filare una rete di cose taciute per costruire il sipario dietro cui nascondere il buio… e un paracadute che per loro non si aprirà mai.

E come nella favola di Andersen, sarà proprio uno di loro, un bambino, a dire che “il re è nudo”, ad ammettere quello che gli adulti temono di dire per vigliaccheria, per non averne responsabilità, perché magari sono abituati a pensare che lì va così.

I bambini di Parco Verde, a Caivano, Napoli, Italia, si sono salvati da soli. Hanno rotto la rete, hanno strappato il velo. Hanno parlato, si sono fatti aiutare. Hanno acceso la luce nel buio, affinché altri vedessero. Ma chi scaccerà mai via il loro buio? Chi li guarirà dalla consapevolezza dell’orrore, ora che l’orrore è libero di essere riconosciuto e punito come tale? Come si guarisce da certe ferite?

Ma soprattutto che razza di mondo e di società sono quelli in cui, per mancanza di cultura, di morale, di solidarietà civile, di aiuto, di presenza dello Stato, un bambino finisce per doversi salvare da solo?

 

Fortuna, che non sapeva volare
Amazing Grace, installazione di Nari Ward all’interno della mostra “la grande madre“, curata da Massimiliano Gioni a Palazzo Reale di Milano