Il dramma delle foto delle vacanze: quelle in cui ci sei tu.

Ogni anno la stessa storia: guardi le foto delle vacanze e non ce n’è una di te in cui ti vedi decente. Ti disperi, cadi nello sconforto più nero. Giuri di non farti mai più fotografare in vita tua. E poi…

Non c’è tradizione più radicata, per noi generazione nata e cresciuta con la fotografia facile e low-cost:

la visione delle foto delle vacanze appena trascorse.

Fino a una manciata di anni fa ti toccava aspettare qualche giorno perché venissero sviluppate: 24, 36 foto al massimo che non avevi la pazienza di sfogliare a casa. Lo facevi lì, sul marciapiede davanti al negozio, scorrendo veloce quelle due settimane di scatti che ti restituivano l’atmosfera della vacanza, i ricordi ancora freschi resi scintillanti dalla carta Kodak carica di rossi.
Oggi funziona in un modo diverso, ma la trepidazione è la stessa.

Hai finito di fare lavatrici, hai stirato e riposto nello sgabuzzino i teli da mare e i costumi da bagno e finalmente attacchi al computer la tua Reflex comprata in offerta a Mediaworld e scarichi 300, 400 foto, pronta a selezionare le migliori, impaziente – ma non te lo dici – di guardare le tue, di foto: quelle che ti ha fatto il tuo compagno e quelle incerte delle tue figlie che cominciano a manifestare l’influenza di quell’ossessione per lo scatto che ci contraddistingue tutti. Che ci rende anche un po’ patetici, in certi casi.

Ed è così che ti ritrovi al cospetto del tuo primo mezzo busto. No, forse è più un piano americano: sei nell’acqua fino a mezza coscia, giochi con le tue figlie e rifletti la luce, tanto sei bianca. E lì di luce ce n’è una quantità esagerata: ti sei calata nel profondo Mediterraneo apposta.
Le spalle curve, il collo proteso verso le piccole. Non assomigli per niente alla sirena che ti sentivi di essere tra quelle acque cristalline, ricordi più una vecchia foto sepolta tra i tuoi ricordi d’infanzia: è una foto di tua madre in un’epoca in cui la consideravi già “vecchia”.

Pensi che tutte quelle imperfezioni siano frutto del tuo pallore e che dopo qualche giorno l’abbronzatura le avrà certamente coperte e allora vai avanti a cercarne altre. Sono una peggio dell’altra.
Ce n’è una di quel giorno che tirava vento e hai una capigliatura con cui non ti presenteresti nemmeno al cuscino, nemmeno se vivessi da sola, e invece eri lì, sotto gli occhi di una spiaggia intera.
E quell’espressione? Dio, che orrore. Ma cosa stavi dicendo? Cosa diavolo pensava tuo marito, mentre scattava? Ma non lo sa che le foto si fanno di sorpresa? Ma non lo sa che se ne scattano almeno dieci di fila, in modo da ottenerne una decente?
Vai avanti e scopri la numero due, la numero tre e la numero quattro… Ce ne sono ben più di 10, eppure non una in cui tu abbia una faccia decente.
La tua mimica facciale fa invidia a Paola Cortellesi, pensi, ma non ci trovi niente da ridere.

L’abbronzatura in compenso è migliorata, si nota, eppure le smagliature sono ancora lì, come lo è la ritenzione idrica.
La ritenzione idrica?? Ma quand’è, esattamente, che sei diventata una con la ritenzione idrica? Da settembre ti farai bagni di fanghi d’alga marina, è deciso.

Ormai hai smesso di preoccuparti delle altre foto: non raddrizzi più orizzonti storti, non scarti le foto mosse di tua figlia che corre in mare, non elimini neanche gli scatti accidentali. Tutto ciò che conta ormai è scovare La Foto, quella che racconterà ai posteri di te su quella spiaggia e alle tue figlie della loro bella e giovane madre in un modo che le renda giustizia.

C’è una foto di te che cammini su una battigia infinita, dietro di te scogliere imperiose e un mare turchese che monta in candida spuma ai tuoi piedi. Tu vedi solo le cosce flosce, i fianchi appesantiti, le spalle ricurve e i capelli da Emmet Brown. Doc, per gli amici. E quella luce del tramonto, così bella da vivere, che ti riempie di grappoli d’ombre le ginocchia. Le ginocchia, mio dio.

foto delle vacanze: quella poetica

Finalmente pensi di averne trovata una: è poetica, simmetrica, bellissima. Tu e tua figlia di spalle, sullo sfondo il mare contiene milioni di sfumature dal verde acqua al cobalto intenso. L’orizzonte è una linea perfetta che non c’è nemmeno bisogno di raddrizzare.
La foto è un campo lunghissimo, la tua figura è poco più di una silhouette lontana, tua figlia potrebbe essere un maschio o una femmina, la tua o quella di qualcun’altra: impossibile dirlo. Solo tu riesci a vedere (è la prima cosa che noti, naturalmente) quel sedere che hai sempre avuto piccolo e proporzionato che frana verso il basso, facendo un tutt’uno con la schiena improvvisamente diventata più larga. E curva, sempre ricurva. Da settembre a pilates ci vai due volte la settimana, cascasse il mondo.

Versi nello sconforto più nero: whattsappi le amiche per comunicare che mai, mai più ti farai fotografare in vita tua e loro non hanno la forza di dirti che no, tranquilla, sei super in forma, perché anche loro si dibattono in identici tormenti.
Cancelli quasi tutte le foto che ti ritraggono. Quelle che tieni, le grazi per lo spirito documentario che ti caratterizza: lo fai per le tue figlie, non per te.
Conservi quella perfetta in campo lungo, con te di schiena stagliata sullo sfondo multicolor del mare e un’altra in cui sei sdraiata sotto l’esigua ombra di un pino a mezzogiorno, nel mezzo di una distesa per altro sabbiosa e rovente: stavi postando l’ultima foto su Instagram prima di perdere il telefono in mare. Sei così lontana che potresti essere chiunque, anche perché in quell’ombra non intravedi nessuno dei difetti che, ormai ne sei certa, il tempo ti ha lasciato come un’eredità indelebile.

Ripensi alle foto degli altri anni, degli altri mari: com’eri graziosa! Com’eri giovane, due anni fa!

Poi ti ricordi che uno scoramento identico a quello che ti coglie ora, ti ha colto ogni anno, sempre uguale. Anche due anni fa, di fronte a quella foto di te che massaggi il pancino di tua figlia e sei seduta di fronte a lei a gambe incociate sull’asciugamano: un rotolino di pancia che ora ricordi con tenerezza copriva il ricamo sull’orlo della mutanda del costume azzurro (lo stesso che indossi nella foto sotto il pino: ricordati di non buttare MAI quel costume).
Quella stessa foto a cui ora ripensi con nostalgia: com’ero carina allora! Come sono invecchiata!

E così fulminea di coglie la realtà: l’anno prossimo guarderai con indulgenza la foto della camminata con ritenzione idrica al tramonto, quella di te pallida in acqua fino al ginocchio. Soprattutto amerai quella perfetta di te e tua figlia di spalle, col sedere che cola a picco sulla sabbia.

Stai pensando che forse invecchiare non è nient’altro che questo: rincorrere l’immagine di te che ti restituisce lo specchio, mentre tu pensi ancora di essere qualcuno che non c’è più. Hai letto il Ritratto di Dorian Grey e non ci hai capito proprio niente. Ma certo, eri giovane: cosa volevi capirne allora?

Poi però arriva, la trovi finalmente: La Foto.

Ci siete tu, tuo marito e tua figlia piccola su una panchina di pietra, sullo sfondo di una casa dall’intonaco irregolare, giallo. Tu sorridi. Non è una smorfia forzata, come quelle che hai tentato a beneficio di obiettivo, sorprendendo tuo marito a puntartelo addosso. Guardi dritta in camera e sorridi forte, con la bocca e con gli occhi; le spalle sono rilassate e dritte, il collo è lungo e il mento proteso all’insù. Guardi tua figlia grande che brandisce quell’aggeggio enorme e pesante per le sue mani di sette anni e le sorridi, davvero.

Sei felice, non hai bisogno di sforzarti e la tua felicità è bellissima.

foto delle vacanze: quella bella