Garbugli dipanati stringendo nodi – Perchè ho deciso di portare mia figlia in fascia

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Questo è quanto mi aspettavo di sperimentare al termine della mia gravidanza lunghissima. Chi l’ha provato sa che 9 mesi sono lunghi che già la metà basta, andare oltre termine significa esplorare i meandri della dilatazione spazio temporale: dello spazio, perchè una pancia, a 41 settimane, rimane incastrata in passaggi consentiti persino a pachidermi (o, più banalmente, nel box doccia); del tempo, perchè ogni azione, ogni pensiero rimane sospeso in attesa che quell’essere agli arresti domiciliari nel tuo basso ventre dica ai tuoi ormoni: “al mio via scatenate l’infernooo”.

In ogni caso, prima o dopo, in un modo o nell’altro, “quell’essere” viene fuori ed è lì che il gioco si fa da veri duri.

Il vero “profumo” di bimbo che mette in moto l’istinto materno è quello della pupù: appena 4 kg di essere umano producono, in proporzione, più scorie biologiche di un fast food all’ora di punta.

Il sonno poi… Per un bebè è un momento fondamentale della crescita sana, un importante indicatore di benessere, e infatti vostro figlio scivolerà in dolci e piacevoli sonni molto spesso; frequentemente ciò avverrà durante una poppata, e sarà il momento giusto per prendervi cura di voi, della casa, del gatto, etc..

Basterà adagiarlo delicatamente nella sua culla per consentirgli lunghe ore di dolci sonni e contemporaneamente godere di una agognata libertà.

Ecco, lo state appoggiando a partire dai piedi (come suggerisce il prezioso manuale di istruzioni letto e sottolineato durante l’attesa), giù il sederino, poi la schiena, con dolcezza, lentamente, e, finalmente, ecco appoggiata anche la testolina. Riprendete la posizione eretta e, mentre state per lasciare la stanzetta si leva il grido “Uahahaha… Uahahaha…”.

Dopo una decina di giorni dalla nascita di mia figlia avevo creato un angolo allattamento fornito di ogni comfort adulto: riviste, libri, cellulare con collegamento a internet, generi di conforto, spazzola per capelli. Tutto era a portata di un braccio (l’altro era impegnato a reggere il fagottino addormentato), per consentirmi di svolgere anche minime funzioni sociali. Ricevevo i miei ospiti con la pupa attaccata al seno, la maglia sporca di rigurgito sollevata e il braccio “reggi bimba” anchilosato. Avevo ormai perso ogni pudore e, segretamente, anche ogni speranza.

Perchè una cosa così bella come l’essere madre doveva essere tanto limitante?

Avevo una voglia pazza di uscire a fare una passeggiata con mia figlia, ma per farlo avrei dovuto affrontare le scale che conducevano dal mio appartamento al box auto e poi salire in macchina per raggiungere il centro città: erano tutte cose che avevo sempre fatto, ma adesso dovevamo farle insieme io (xx kg), la piccola (4 kg) e il meraviglioso super mega fashion passeggino-carrozzina modulare con ruote ammortizzate, freni a disco, cambio a 250 rapporti (12.000 Kg).

Capii che non sarei riuscita ad andare avanti così a lungo e iniziai la mia ricerca.

Avevo sempre guardato con simpatia e ammirazione i bellissimi pluripapà del nord Europa che viaggiavano con appesi addosso figli di età diversa; mi piaceva proprio vedere la facilità con cui quelle famiglie bionde arrivassero ovunque: in giro per musei, sull’autobus zeppo di gente, sulle scale mobili negli aeroporti.

Qual era il loro segreto? Appurato che non esistono bambini-ventosa, ho iniziato la mia esplorazione virtuale del mondo dei supporti per portare i bambini.

Internet ha tutte le risposte, le informazioni sono molteplici, la proporzione fra giuste e sbagliate è di 1 a 100 (e sono ottimista).

Nel mio cervello logorato dal poco sonno e dagli sbalzi ormonali avevo una gran confusione fra fascia elastica, marsupio, mei tai, fascia rigida, ring sling: troppe parole, troppe marche, troppa gente entusiasta di una cosa e troppa scontenta della medesima. La fortuna ha messo sul mio cammino Veronica Ghiglieri, una consulente della Scuola del portare di Roma, che, mamma anche lei da pochissimo, frequentava l’associazione di sostegno all’allattamento che mi aveva aiutata a vincere la guerra contro le ragadi (chi sa cosa sono capisce perchè è appropriato il termine guerra).

Con una presentazione esaustiva e ricca di informazioni sull’origine e sulla fisiologia del portare, mi ha fatto capire che portare i bimbi in fascia era cosa buona e giusta, ma giuro che ero già convinta a chiederle una consulenza subito dopo aver visto la sua bellissima bimba placidamente addormentata nella fascia (nello stesso frangente la mia strillava isterica in carrozzina).

In questo modo, piuttosto prosaico, è nato in me il desiderio di utilizzare la fascia. I risvolti della faccenda, però sono andati avanti per una strada molto più articolata di quella originariamente prevista.

Appena inserita in fascia, mia figlia ha smesso di piangere, si è accoccolata sul mio petto e ha iniziato a dormire. Contemporaneamente mi sono riappropriata delle mie stesse mani, delle braccia e via via della vita attiva che amavo da sempre condurre. Potevo fare qualunque cosa e lei continuava a star lì, dolce e calma, nel posto giusto dove deve stare una bimba di 20 giorni: addosso alla sua mamma.

E’ grazie alla fascia che ho fatto pace con il mio essere mamma e che ho cominciato a capire realmente di avere tutti gli strumenti per farcela, non perchè li avevo acquistati nel negozio più specializzato, ma semplicemente perchè li avevo in me.

Portare mia figlia pancia a pancia, cuore a cuore, mi ha permesso di costruire con lei un rapporto empatico molto forte. Intuivo le sue necessità senza che dovesse manifestarle necessariamente col pianto; pian piano capivo anche che desideravo vivere questa maternità dal profondo in un modo semplice e vero, senza sovrastrutture.

Da ricercatrice quale sono, ho approfondito il tema cercando saggi e articoli che confermassero il mio istinto, e infine ho deciso di frequentare anche io la Scuola del portare di Antonella Gennatiempo, per diventare a mia volta consulente.

Il corso è stato impegnativo ed intenso, ma estremamente gratificante, ancor di più lo è stato fare le prime consulenze.

Le mamme che ho seguito hanno tutte uno speciale posto nel mio cuore. Loro mi sono grate per  aver insegnato le legature più appropriate e dato consigli per la scelta del supporto fascia più adatto alle specifiche esigenze, ma sono io ad aver realmente guadagnato incontrandole.

Vedere il loro sorriso nello scoprire il bimbo sereno e appagato in fascia, ascoltare i loro percorsi per arrivare alla maternità, raccogliere i loro sentimenti come pezzettini luminosi di vita vera mi ha arricchita più di molte altre esperienze finora vissute.

Lavoro come consulente a Roma e occasionalmente in Sicilia, quando torno a casa dalla mia famiglia.

I miei contatti sono:

Eliana Gitto @Eliana Gitto

tel. 328 9428293

email: bebe-a-porter@email.it

Il sito web della scuola per trovare la consulente più vicina è: http://www.scuoladelportare.it/dove_siamo.aspx