Giochiamo insieme?

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A quattro anni, con l’arrivo del fratellino, mi sono sentita confidare da Bea che non era proprio sicura di volerlo, questo nuovo componenete della famiglia. E se non le fosse piaciuto? E se non avesse voluto giocare con lei (che a 4 anni l’unico problema è trovare qualcuno con cui giocare!)? E io, mamma super panciuta, prodiga di consigli e rassicurazioni, le avevo risposto che certamente avrebbe giocato con lei, che si sarebbero divertiti insieme, che lei avrebbe potuto insegnargli a fare tante cose!
Poi Dodo è arrivato: un neonato che nemmeno riusciva a tenere su la testa (ma com’è possibile? si chiedeva lei); che non sapeva camminare (e come gli insegno a correre?); che non sapeva parlare (come gli insegno a cantare?). Al che la mia sicurezza ha inziato a vacillare. Dovevo insegnare la pazienza, che non è esattamente la mia dote migliore… primo ostacolo dell’essere bis-mamma.
E poi finalmente il tempo è arrivato, il piccolo adoratore della sorella ha dato segno di apprezzare davvero tanto i suoi movimenti, le sue canzoni inventate, i giochi. Tutto insomma. Tutto fino a circa i due anni. Poi Andrea è diventato un vero “maschietto”, con in testa solo macchinine e lotta libera. Al che Bea ha dovuto far buon viso a cattivo gioco. Inizialmente ha accolto con passione la versione femminile delle varie macchine da corsa di Cars, dei personaggi di Kung Fu Panda e Toy Story.
Ma mentre è cresciuto Andrea, è cresciuta anche Beatrice. La sua determinazione nel non farsi prevaricare (in generale e nel gioco), il suo desiderio di essere al centro dell’attenzione, il suo senso di “potere” per essere la sorella maggiore, a volte la portano a considerare il fratello come un suo sottoposto (caratterino che fino ai sei anni non era così manifesto… chissà cosa mi aspetta intorno ai quindici, aiuto!).
Mentirei se dicessi che vanno sempre d’accordo! Come si può immaginare, ci sono momenti di screzi e litigate, dove l’unico compromesso sembra sia quello di farli giocare in due stanze separate. Ma visto che io ho la testa dura almeno quanto la loro (d’altronde da qualcuno avranno pur preso!), non voglio cedere. Il mio pensiero è quello che giocare insieme, trovare compromessi, andare incontro alle esigenze l’uno del’altro, possa essere un’ottima palestra di vita. Per cui intervengo, cercando di essere imparziale, a meno che non ci siano evidenti segni di colluttazione, e mi preparo a trovare con loro una via d’uscita.
Ovviamente, per mia fortuna, non va sempre così! Spesso trovano un gioco da fare insieme. Allora lui si mette a giocare alle Barbie (tenendo il Ken, ma non solo) oppure lei si butta per terra a improvvisa colpi di judo. E mi fa piacere che ci non ci sia ancora tra loro una netta differenza tra giochi maschio/femmina. Non mi piace in generale sottolineare quasta differenza, preferisco che si considerino alla pari, almeno per il momento (e già con la scuola materna Dodo ha iniziato a sottolineare che lui è un maschietto, come se fosse un punto di forza… va beh).
I loro giochi preferiti?
Primo fra tutto il gioco di ruolo! A turno uno dei due sceglie un film/libro/cartone e ciascuno di noi intrepreta un personaggio. Questo gioco, che coinvolge anche il papà (che anzi è quello che entra di più nella parte), inizilamente era divertente. Ora che anche Andrea mi sgrida se esco dal ruolo, che la quantità di personaggi è lievitata esponenzialmente, che i gusti tra loro sono diversi, per me sta diventando uno stress invece che un divertimento… Però ci provo, eh!
Un altro tipo di gioco che li unisce è il gioco creativo (dalla pasta da modellare agli acquarelli). In questo caso mi piace vedere come Andrea, cercando di imitare la sorella, acquisisca manualità e senso del colore, che non si scoraggi nel non riuscire a realizzare grandi cose, come se capisse che quando anche lui avrà sette anni saprà creare grandi opere.

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Cado sempre nel pessimo vizio di fare confronti tra loro (Beatrice alla sua età faceva questo, diceva così, ecc.). Credo sia inevitabile, ci sto lavorando. Di certo sono confronti che non faccio davanti a loro, ma solo pensieri miei, punti di riferimento della crescita dell’una che cerco di ritrovare nell’altro. Certamente nel gioco mi accade spesso di ricordare cosa piaceva a Bea da piccina. E ho notato una grande differenza: che lei in realtà non aveva sotto mano giochi da grandi, come invece ha lui (ovviamente in termini di sicurezza sono sempre stata estremaente attenta!). Quindi mentre lei ha imparato a riconoscere le lettere sui libri, lui riconosceva le lettere a due anni e mezzo sulla tastiera del computer di Hello Kitty. Se lei ha avuto a che fare con la tecnologia verso i cinque anni, lui sbloccava il mio iPhone a due anni e adesso usa il Mio Tab della sorella come se sapesse leggere. Se lei ha inziato a giocare a giochi in scatola da pochi mesi, lui fa già il banchiere di Monopoli, dispensando banconote e proprietà. Insomma, avendo a disposizione strumenti diversi il suo approccio ad alcuni giochi è decisamente da grande.
Spero che questo sia un bene, non sono in grado di stabilire se ciò che scelgo per loro è sempre la cosa giusta (e chi lo è?). Ma, come dissi a Bea di fronte ai suoi forti dubbi sul piacere di avere un fratellino, “neppure io so come sarà, ma sicuramente insieme troveremo il modo migliore per fare andare tutto bene!”.