Gli uomini e le donne (non) sono uguali

Gli uomini e le donne sono uguali? O meglio i papà e le mamme (separati) sono visti nello stesso modo dalla società e dai figli?

«Papi, ma lo sai che tu sei l’unico maschio nella chat delle mamme?»

Eh, sì, figlia mia. Lo so. Purtroppo le differenze di genere, nei nostri ruoli genitoriali, gli stereotipi, sono una solida realtà. Noi ci sforziamo di fare i moderni, proviamo a mescolare le nostre abitudini (uomini invitati dalle proprie donne a scambiare – loro malgrado – la loro calabrese con peperoni e funghi con una margherita piccola; donne che girano in Suv aggressivi e giganti, che hanno gentilmente preso ai loro uomini, che ora vagano per la città con una Y beige tutta ammaccata), ma soffriamo di un baco culturale ancora troppo profondo, a mio parere. Specie nella gestione delle cose dei figli.

Come padre single mi capita sempre troppo spesso di certificare queste differenze: quando accompagno mia figlia in piscina («Dica alla mamma che…»), quando porto il ragazzo a chitarra («Per tutte le mamme: la prossima volta…», fino a un simpaticissimo, confidenziale e ricorrente «Ah! Amore, come mai non sei con la mamma oggi? Mannaggia…», ovviamente rivolto alla bambina, non a me).

Le mamme devono raccogliere i soldi, le mamme devono dare la loro disponibilità per questo e per quello, le mamme sono – sempre loro – le rappresentanti dei genitori. Per tre anni di fila ho provato a candidarmi come rappresentante di classe dei genitori e per tre anni, nonostante il mio palmares, le mie incontestabili qualità di affabile e convincente oratore, nonché il mio attivo presenzialismo a scuola (dentro e fuori) il massimo dei voti che ho preso è stato in numero di due (tra cui non il mio, ché pareva brutto): uno della mamma di Jeffrey, un bimbo italo-americano («Io ti ho votato, Mattia…», «Grazie, Tizia, non ti devi giustificare e stai tranquilla: farò una durissima opposizione!»), l’altro sospetto essere di tale M. P., una donna che tutte le mattine arriva in fretta con una Jeep, parcheggia saltando con una gomma sull’angolo del marciapiede, lancia la figlia nel mucchio dei bambini e scappa via rincorsa dai vigili senza salutare nessuno e probabilmente ancora in pigiama e ciabatte. Una volta, da poco cominciata la scuola, salì col suo ruotone direttamente sul mio piede sinistro. Da allora mi saluta sempre, anche se solo di sfuggita e, immagino, mi dia il suo voto.

Io, unico uomo tra i candidati («Eh, io ti ho votato, Mattia… l’unico uomo! Brave…») normalmente voto la persona che mi pare più cazzuta perché, in queste battaglie di genere, per contrastare presidi ruvidi e arrivisti e insegnanti spigolosi, servono le “palle”.

Ed ecco che anche io ci casco. È un loop dal quale non si esce più, questo qui. Ed è intorno a noi, ovunque, nelle nostre vite.

Sfortunatamente la nostra cultura ne è intrisa: negli atteggiamenti, nei ruoli, nell’uso stesso delle parole.

Mentre a casa preparavo due margherite piccole per lui e per lei, e per me la maxi piccante con i peperoni, già sapendo che qualcuno avrebbe chiesto il cambio…

«Papi…», eccolo, pensai…, «Sembra buona, ma quella della mamma forse è meglio…», pausa, «Sarà perché lei usa il lievito madre? E tu il lievito padre?».