CORPI CHE CRESCONO

Uno degli aspetti con cui ci dobbiamo misurare noi insegnanti di scuola primaria, è la decisione, all’inizio del percorso con i bambini, di far indossare o meno il tanto odiato quanto amato grembiulino. Come si può ben capire, infatti, sia genitori che insegnanti sono divisi in due fazioni : quelli che lo venerano in nome di un’uguaglianza esteriore che mette al riparo da eventuali confronti fra bambini che hanno la possibilità di vestire in un certo modo e bambini che provengono da famiglie più semplici, e quelli che invece non lo ritengono necessario poiché preferiscono agire direttamente sui bambini, educandoli e stimolandoli all’accettazione dell’altro e al rispetto di tutti, a prescindere dall’aspetto esteriore. Vi lascio indovinare quale fosse il mio pensiero….ahahah….ma se non si fosse ancora intuito, vi do un piccolo aiutino: il secondo !
Naturalmente non disdegno il pensiero di chi è a favore, anzi lo comprendo perfettamente perché conosco la crudeltà dei bambini più grandicelli, soprattutto delle bambine, che spesso fanno dipendere l’accettazione di un membro nel gruppo, dal look esteriore, ma il look purtroppo non si ferma ai soli vestiti, ecco perché lo ritengo perfettamente inutile, anzi direi uno dei soliti palliativi che spesso si usano perché non si è in grado di motivare i bambini, attraverso il dialogo ed altri mezzi più democratici e creativi.
I bambini dai nove, dieci anni in poi, entrano nella fase pre-adolescenziale e cominciano ad accorgersi del corpo che cambia, hanno interessi differenti rispetto a quelli della prima infanzia ed è quindi perfettamente normale che facciano confronti fra loro e che si misurino con le cose della loro età. Credo che il compito di noi adulti, non sia quello di reprimere o di nascondere il problema, bensì di confrontarsi con esso senza paura o tabù e soprattutto senza moralismo.

Certo è però che non si possono trasmettere i valori se non li si vive in prima persona ed il mondo adulto è pieno di contraddizioni in questo senso, basti pensare a quanti oggetti possediamo pur di essere conformi al mondo che ci circonda e di apparire in un certo modo.

Se invece si ponesse più attenzione all’essere piuttosto che al possedere e all’apparire, allora forse non ci troveremmo nella posizione di dover “controllare” la crudeltà dei ragazzi su questo tema.
Quando vivevo in Costa d’Avorio, la scuola in cui erano inseriti i miei figli, così come tutte le altre scuole di Abidjan, richiedeva che gli studenti portassero la divisa: gonna o pantaloni blu e maglietta bianca per le femmine e completo beige per i maschi. In quell’ambiente, aveva un senso poiché tutti gli studenti, di ogni ordine e grado, dall’asilo alle scuole superiori, sia che si trattasse di scuole statali che di scuole private, avevano la stessa divisa, di modo che tutti quanti, a prescindere dalla condizione sociale, fossero riconoscibili come studenti e dunque in qualche modo preservati da differenze troppo evidenti. Nonostante questo, ricordo molto bene lo scontento dei ragazzi, soprattutto quelli più grandi che non si sentivano liberi di esprimere se stessi e quindi frequentavano malvolentieri l’istituzione scolastica. Questa cosa mi fece molto riflettere all’epoca, soprattutto perché non era coerente con altre problematiche ben più gravi a cui non si dava alcuna risposta, come per esempio gli atti di bullismo, la presenza di alcool e droga negli ambienti scolastici o l’ostentazione da parte di alcuni ragazzi della loro posizione economica privilegiata.
Ecco, forse invece di perdere tempo ed energia occupandosi di falsi problemi, mi preoccuperei maggiormente di come accompagnare i bimbi in crescita e di come rassicurarli sui cambiamenti che il loro corpo e la loro psiche subisce, insegnando loro la cura e il rispetto di se stessi e di conseguenza degli altri.

E il rispetto non può certo prescindere dalla libertà di essere e di esprimere ciò che si è !