Ho stato

Di nuovo in Italia, stavolta per un viaggio programmato, il nostro solito ritorno febbrarino. L’ultimo in effetti. Il prossimo viaggio sarà di sola andata. Mio dio. Non ci pensare, non ci pensare, non ci pensare.

Stavolta però son venuta in anticipo, da sola. Qualche analisi da fare, una casa da svuotare per essere rinfrescata, un Patato grande da iscrivere a scuola.

Mentre le iscrizioni alla prima classe si possono fare solo online, quelle alla classi superiori al contrario vanno fatte di persona. Vabbè. Poco male, dovevo comunque salire alla Terra di Mezzo.

E così stiamo tornando anche noi in un sistema scolastico che di fatto non conosciamo per niente: quando siamo partiti Patato Grande aveva fatto un solo anno di materna e Patato Piccolo uno di nido. E non ricordo neanche come si facevano le iscrizioni.

Questa cosa della scuola mi preoccupa.
I Patati sono abituati a un modo di vivere la scuola diverso: maestra unica, ora di musica, inglese con insegnanti madrelingua, informatica, esperimenti di scienze per il grande. Inglese, teatro, biblioteca e computer, in classe, per il piccolo. Senza contare la ginnastica all’aperto tutto l’anno e la convivenza nello stesso istituto con bambini più piccoli (dal nido) e con ragazzi grandi (ultimo anno di superiori). Insomma qualcosa di molto diverso dalle scuole italiane di cui ho sentito parlare.

Non che non abbia fiducia nella scuola italiana e in particolar modo nella scuola pubblica italiana. Anzi. Sono convinta che mi stupirà, sono convinta che nonostante i tagli e le riforme la nostra scuola pubblica sia ancora un’eccellenza nel panorama internazionale , ma sono anche convinta che l’impatto per i bambini sarà abbastanza duro.

Prendiamo la lingua.
I Patati, per quanto a casa si parli italiano, parlano francese in ogni altra occasione, vedono la tv francese e studiano la lingua francese come prima lingua. Sono abituati a ragionare per fonemi più che per lettere, hanno un alfabeto diverso (in francese la J non è affatto una consonante poco usata e straniera, per dire) e usano ausiliari diversi. “Ho stato”, “ho andato”, “ho riuscito” sono dei classici, qui. (sì le unghie sulla lavagna sono niente, in confronto!).

Sono convintissima che siano seghe mentali materne, come sempre. Per ora li ho iscritti, poi affronteremo le cose un giorno alla volta. Siamo sopravvissuti a tre anni e passa di Africa, in fondo, no? 😉