I diari dell’infertilità: l’inizio

I diari dell’infertilità  – Guida pratica per coabitare felicemente con una cameretta inspiegabilmente vuota

Cominciamo dalla fine – che poi non è la fine di un bel niente.

Sono Emanuele, ho trentasette anni e sono felice. Mia moglie ne ha trentacinque ed è felice pure lei. Ci conosciamo da quindici. Siamo una famiglia. Certo, in tempi in cui si parla di famiglie allargate, noi siamo di quelli che la famiglia ce l’hanno “ristretta”, loro malgrado. Ma siamo una famiglia come non lo siamo mai stati prima di un paio di anni fa. Abbiamo risolto il problema dell’infertilità, anche se di fatto il problema è ancora lì. Ma è un problema curiosamente “multilevel”, come certe strane aziende di prodotti per l’igiene della casa: quando arrivi al vertice della piramide, puoi essere felice lo stesso, anche se la situazione non è cambiata. Anzi, a prescindere da un cambiamento.

Nella pratica, i nostri gameti, anche se presi, isolati, accoppiati a forza con le siringhe più insigni della scienza medica, non vogliono saperne di moltiplicarsi. Restano embrioni sospesi in un limbo, e non c’è verso che si attivino, né di capire perché non lo facciano, né di ipotizzare qualunque soluzione medica o genetica. O ti rivolgi a fecondazioni eterologhe ed estere – in Italia non si può – o pensi all’adozione, o succede un inspiegato miracolo, o tanti saluti, resti in due. Questo è il dato. Brutto, non c’è che dire. Chi si imbatte in questo post e sta incontrando le prime avvisaglie di difficoltà nella riproduzione, legge questa frase e si sente svenire. Lo so per certo perché mi è capitato. È più che ovvio pensare “oddio, speriamo che non sia il mio caso”. Non crediate, ogni tanto si fanno pensieri bruttini forte, su questa nostra realtà: pure noi che abbiamo navigato oceani interi di drammi esistenziali personali, di coppia, sociali, per poi approdare alla nostra baia sicura dove viviamo un’esperienza quasi alla “Laguna Blu” (no, non somiglio all’attore biondo, mi spiace), abbiamo qualche momento in cui ci piglia una strana malinconia, perché è l’istinto dell’essere vivente, quello di proseguire la specie. Ma spero che al termine del mio percorso sarà chiaro almeno a qualche sparuta persona – e allora avrò fatto egregiamente il mio compitino – il perché siamo convinti che la specie la proseguiremo benissimo anche se il nostro problema sarà clinicamente insormontabile. Chiudo questo prologo dicendo che da qualche mese abbiamo fatto domanda per adottare uno – due, tre, boh – splendido/a erede. Non abbiamo dubbi che sarà un calvario allucinante ed a questa esperienza appena iniziata bisognerà dedicare, forse, tra qualche anno, un bel “diario della coppia adottante”. Ma ci si penserà a tempo debito.

E ora, andiamo all’inizio.

“È la primavera del 2007. Sono Emanuele, ho trentun’anni, e non sono mai stato felice in vita mia. Sporadici episodi, poca roba. Mia moglie è mia moglie dal 2005, stiamo bene insieme, è la mia vita. Abbiamo una bella casa, grande, il giorno che la finiremo di pagare alla banca sarà una bella realtà, ma nel frattempo ci difendiamo: se ci viene un figlio abbiamo spazio. Abbiamo anche tempo per le nostre passioni, prima tra tutte la musica per me. Un anno fa mi sono messo in proprio con la mia attività professionale. Bel rischio, dopo pochi mesi di matrimonio e di indipendenza dalla tua famiglia. Lei ha superato un periodo di disoccupazione ed ora ha l’ennesimo contratto precario, ma un po’ più lungo e promettente. Bene. Forse è giunto il tempo di essere felici. Forse è giunto il tempo di mettere su casa. Forse proviamo a fare un figlio. Per avere una vita perfetta ci manca solo quello.”

Emanuele, quello trentasettenne, legge queste righe e rimane sconvolto per la immane quantità di stronzate che ci sono scritte. Ma se si vuole guardare quella cameretta vuota ed essere perfettamente sereni ed in pace col mondo, bisogna essere spietatamente onesti con se stessi: quello mio di sei anni fa è forse il peggior modo possibile di concepire la genitorialità. Si presuppone che il figlio sia chiamato a completarti. Si presuppone che tu voglia finalmente passare all’età adulta, così ti svincoli dallo status di figlio per arrivare a quello di padre, o di madre (nel “cosa manca” di memoria enigmistica, i più attenti noteranno che manca completamente la fase in cui uno è semplicemente “uomo” o “donna”). Si presuppone che la vita si svolga in direzione univoca. Si presuppone, soprattutto, che una famiglia è una famiglia quando ci sono i figli; forse perché, solo per il fatto che ne sto parlando, è segno che sono nato, e che ho avuto nella mia storia una famiglia d’origine, e come in tanti fortunati casi io stesso sono il motivo di esistenza di chi è venuto prima di me… mi sembrava più che naturale, dunque, avere il mio personale “motivo di esistenza”.

Ovviamente, il titolo stesso di questo post chiarisce che nulla di tutto ciò è accaduto. E meno male. È stata una grossa fortuna, una fortuna che è costata una quantità di dolore inimmaginabile. Ma la fortuna non ha prezzo, credetemi, vale la pena pagare, e se poi si è abbastanza forti da emergere dalla palude, la realtà acquista nuovo senso. Fatto sta che la famosa vita perfetta non è arrivata dopo un mese, non dopo due, dopo tre, dopo le vacanze estive. Uno cerca di non pensarci, di dire “mah, in fondo ci vuole anche un po’ di culo”. Ti consulti con l’amica dell’amico dell’amica del ginecologo, e ti si dice “una coppia è considerata infertile solo dopo un anno, o dopo due, o dopo mesi comunque, insomma ci può stare, rilassatevi, anche la psiche ha il suo peso, vedrete che il figlio arriva”. Diffidate di questi discorsi, o quantomeno non date loro importanza “interiore”. I medici, oggi lo so, fanno i medici. Sono chiamati a dare un parere medico. Non possono farti né da balia né da psicoterapeuta. Devono dirti che la casistica è di un certo tipo, che i casi sono molteplici, e che comunque non puoi starti a sobbarcare quintali di esami così, sulle prime. Non è che abbiano torto. Certo, uno vorrebbe capire come mai desideri tanto un figlio e questo non si decida a farsi vedere, ed è seccante che un medico minimizzi, oppure riporti i casi più crudeli in piena serenità, come stesse riferendosi alle estrazioni del Superenalotto, e tu non hai neppure giocato la schedina.

Ora state tranquilli: non ho alcuna intenzione di farvi un report “anno per anno” di questa nostra vicenda. Sarebbe noioso, pesante e fortemente irrilevante. Vi dico solo che trascorrono i mesi, e nel corso di questo trascorrere si può verificare una situazione, come a noi è successo, che andrebbe quella sì, affrontata con maturità e forza interiore, altro che infertilità: succede che hai paura a scopare. Scusa la brutalità. Se a una coppia a rischio di infertilità non capita, io sono sinceramente felice per loro, perché vuol dire che hanno un equilibrio. Ma l’incapacità ad avere figli, anche se è ancora un’incapacità in erba, in tantissimi casi va ad incidere proprio su quella sfera lì. Sull’erezione, sul seme, sull’orgasmo, sul piacere, porca puttana sono quelle cose che fanno nascere i bambini a tutti ma non a te. Lo devi fare per forza? Cerchi di non contare i giorni ma alla fine è inevitabile? E quando i giorni sono buoni e non lo fai, o non ci riesci (come avviene sempre più spesso), come la metti? Deluso? Frustrato? E quando alla fine della fiera la vedi con gli assorbenti indosso, o comunque il suo viso te lo fa capire lontano un miglio anche se lei cerca di nascondertelo per non farti soffrire, come reagisci? E perché ti sembra che non se ne parli, o se ne parli sempre troppo poco, o se ne parli sempre nei termini sbagliati?

Ti stanno succedendo tutte o parte, anche minima, di queste cose? Inizi a provare rabbia per quei tuoi amici che candidamente ti dicono “ehi, tra poco saremo in tre, francamente non ce l’aspettavamo, è capitato”? Benvenuto: sei nella palude in cui eravamo noi dopo un paio d’anni di tentativi mancati. Ne parlavo con mia moglie qualche sera fa. A me piacerebbe pensare che ogni coppia possa vivere questa problematica in maniera differente, magari con diversi gradi di serenità. Lei è più laconica e ritiene che tutti la vivano nello STESSO IDENTICO MODO. Troppe sfere interne si vanno a smuovere. E soprattutto, avevi un partner o una partner che ti bastava guardarvi mezzo secondo per essere innamorati ed appassionati, e ti si sgretola il giochino in mano.

La storia è lunga. E proseguirà. Al prossimo step facciamo un bel seminario sulla crisi coniugale.

Emanuele