Il fatalismo di chi non ha certezza del futuro

La programmazione del futuro, il porsi degli obiettivi, dipendono dallo stile di vita e dalle aspettative ad esso connesse. Come si concretizza questo in Costa d’Avorio?

Una delle cose con cui mi sono presto scontrata, quando vivevo in Costa d’Avorio, è stata la mancanza di programmazione per il presente e il futuro da parte di una grandissima fetta di popolazione.

Per me, che programmo la qualunque e vivo di appunti e fogli excel, fu un vero e proprio shock.
Il vivere alla giornata è in generale qualcosa che capisco poco, e di conseguenza mal gestisco quando mi ci trovo, mio malgrado, tirata dentro.
Il non rispettare scadenze, appuntamenti, ordinazioni era talmente radicato che mi dovetti abituare… ma inizialmente vendetti cara la pelle, lo ammetto!

Il primo scontro culturale avvenne subitissimo: non ci eravamo portati i mobili dall’Italia e decidemmo quindi di farceli fare da un artigiano locale, ormai famoso nella Tana col nome di Geppetto. Come andò è storia, e potete leggerla qui, qui e qui.
In realtà i mobili di Geppetto ancora accompagnano la nostra vita: alcuni arredano il nostro salone (che vuoi, che quattro anni di Africa ti scivolino addosso?), mentre il famoso tavolo è in garage (perché occuperebbe mezzo soggiorno, più che altro), ma l’esperienza ci fece capire subito che le cose non sarebbero state facili.

Mi lasciava completamente basita, questo loro atteggiamento noncurante e fatalista rispetto alla vita che si ripercuoteva su qualsiasi cosa: il non rispettare tempistiche era solo la punta dell’iceberg. La mancanza di programmazione riguardava anche la salute, l’atteggiamento lavorativo, la cura dei figli, il modo di guidare: la vita, per una buona fetta di ivoriani, era qui e ora.
Se un artigiano aveva incassato “la giornata” alle 10 del mattino, era anche capace di chiudere la bottega fino al giorno dopo, per dire.

fatalismo

 

C’è voluto di togliermi un po’ di dosso i panni occidentali per capire le ragioni e guardare la realtà che stavo vivendo senza pretendere di guardarla attraverso i miei occhiali. Ne occorrevano di nuovi, e piano piano me li sono costruiti pezzetto per pezzettino.

Chi è abituato a pensare che il futuro è qualcosa che non è detto ci sia, difficilmente penserà in funzione di qualcosa che potrebbe non avere mai. Una verità cruda e dura per chi come noi considera il futuro, prossimo o remoto, come qualcosa di abbastanza certo.
Per chi ancora muore di rabbia, o di tifo, o di malaria l’unica certezza è l’oggi. Va capito, va accettato e va fatto in modo che non sia così.
Molte cose si sono mosse in questo senso mentre ero lì: campagne di vaccinazioni e miglioramento delle condizioni generali di salubrità (costruzione di nuove strade e fognature, per esempio. Quando arrivammo, per dire, non c’erano cassonetti: l’immondizia veniva ammucchiata in punti indicati in strada, sotto il sole equatoriale).

fatalismo

 

La capacità di programmare è figlia di una vita “sana”, in cui la morte è l’imprevisto non una cosa che si mette in conto quotidianamente.

È stata questa la prima lezione che l’Africa ha dato alla trentacinquenne occidentale viziata che ero, e ancora me la tengo stretta per tutte le volte che mi verrà da giudicare senza conoscere.