Il look di una mamma

È meno sfarzosa, una giovane mamma, è meno scintillante; il suo look non ostenta sfaccettature colorate o ricche di riflessi luminosi… è più simile a una pietra levigata, accogliente e solida, ma così piacevole al tatto.

Appena nostro figlio è stato in grado di aggrapparsi agli oggetti che lo circondavano – cioè pressoché subito, perché è una specie di piccolo Hulk – la prima cosa a scomparire dal look di mia moglie sono stati gli elementi che sporgevano o penzolavano. Frange, lustrini, perline, pendagli, collanine. Le maglie con tagli particolari – di cui il nostro armadio è stracolmo e che per lo più non riesco a capire neanche in che verso si piegano – sono da mesi ormai relegate all’armadio stesso. Nel contempo, sono saltati fuori pacchi di fuseaux, maglie lunghe, tessuti solo naturali a tinta unita perché il bambino non strappi, il bambino non si graffi, il bambino non respiri robaccia chimica, il bambino stia fresco addosso alla mamma. Anche i capelli, lunghi e passibili di qualunque tipo di acconciatura, oggi se ne rimangono buoni buoni tra elastici e cerchietti, per non finire strappati dalle manine del distruggitore.

Modifiche, queste, partite dall’aspetto esteriore e che, nel tempo, hanno finito per interiorizzarsi in lei: il passaggio dallo status di non-mamma a quello di mamma è stato traumatico e brusco ed ha necessitato di tempo per far sparire paillettes e decorazioni non solo dalle magliettine giovani e sbarazzine, ma anche dal modo di fare e di vivere, di cui quelle magliettine erano espressione. Non si tratta di trasformarsi in non-più-giovani e non-più-sbarazzini: lo si resta, all’occorrenza, ma cambiando prospettiva. Il look ci rispecchia e ci descrive all’esterno. Ricordo mia moglie riporre via quei capi di abbigliamento e, pur nel pensiero gioioso del bambino appena arrivato, un po’ rammaricarsi: per qualche tempo non se li sarebbe più “potuti permettere”. Oggi, al contrario, il suo aspetto è più semplice nei suoi caratteri fondamentali, più rasserenante e, in qualche modo, più in pace con il suo ruolo.

Nessuna si senta esclusa, denigrata o vituperata però, se all’arrivo di un figlio non ha ritenuto di struccarsi, di mettersi maglie meno appariscenti o di abbandonare il tacco dodici per qualche mese. Il nostro corpo è la nostra casa e ognuno a casa sua ci fa quel che vuole. Di sicuro io, che già vestivo molto semplicemente e dunque non ho cambiato nulla di nulla, farei molta fatica ad avere una casa superaccessoriata mentre un figlio di dieci mesi tenta di radere al suolo tutto ciò che trova. Già salvare i miei pochi soprammobili sta diventando un’impresa titanica. E poi, diciamolo, all’avere una cura estrema dei propri dettagli estetici per poi passare ore al giorno a reprimere gli istinti devastatori del bimbo, forse preferirei ci si rifinisse un po’ di meno e si lasciasse lui più libero di sperimentare. Non a caso, i bambini li si porta a giocare nei gonfiabili e non in orologeria.

Il cambiamento di cui parlo è qualcosa che ho sperimentato anche io, diversi anni fa. Dall’adolescenza in poi ho sempre portato i capelli lunghi. No, non lunghi, lunghissimi, fino al sedere. Era qualcosa che mi contraddistingueva, che “indossavo” con naturalezza, che curavo – non sono mai stato il capellone zozzo e ispido dell’iconografia collettiva – e che non mi ha impedito di laurearmi (con capelli lunghissimi, pulitissimi e legati), di svolgere la pratica forense (con capelli lunghissimi, pulitissimi e legati) ed infine di prendermi l’abilitazione alla professione. Ed eccomi lì, avvocato capellone che aveva sfidato il tabù e che non faceva più notizia negli uffici giudiziari, “normalmente” capellone, perché per me e per chiunque altro intorno a me la normalità era quella. E dopo tutto ciò… guardarsi un giorno allo specchio e dirsi “tutto bello. Ma non mi rappresenta più”. Ero cresciuto, ero cambiato, ero in un momento successivo e quel vezzo di portare i capelli così incredibilmente lunghi non mi stava più bene addosso; principalmente, non mi stava più bene DENTRO. La mia naturale evoluzione mi aveva portato a mille anni luce dal ragazzino che voleva farsi crescere i capelli più lunghi e belli che si potessero e mi si creda, io ho ancora adesso dei capelli meravigliosi, neri, lucenti, foltissimi. Ero semplicemente curioso di vedere cosa sarebbe successo alla mia persona con un look più intonato a come mi sentivo in profondità. Entrai un bel giorno, senza avvertire nessuno, in un negozio di parrucchiere: ne uscii con quasi quindici anni di capelli in meno, così, rapidamente sollevato e aperto al mondo.

Mia moglie, oggi, non vive più alcun rammarico. Veste semplice e naturale, da mamma, perchè dentro è semplice, è naturale, è mamma. È mamma nello svegliarsi ogni mattina e sapere che il suo pensiero è per la sua famiglia e per il piccolo che sta crescendo, è mamma nel non sentirsi menomata dal tempo che si è ridotto al minimo, nell’aver integrato le sue caratteristiche di donna, di lavoratrice, di compagna di vita, con quelle della madre. È mamma in quanto tutto ciò che rende più felice il bambino rende più felice lei, anche una t-shirt meno brilluccicante.

L’abito non fa il monaco né la mamma (né il papà), ma il monaco certamente si tesse l’abito a sua immagine. Trovo che l’immagine di una donna che si senta pacificamente mamma senza perdere tutto il resto, che anche esteriormente sottragga senza sforzo un po’ di sostanza amplificando così la propria bellezza e la propria armonia di base, come si fa in scultura e in musica, sia una delle immagini più belle, piene, felici e totalizzanti che si possano pensare. Ed è anche sexy. Parecchio. Nulla le vieta, al momento giusto, di prendersi un momento per sé e donarsi un’aspetto diverso, più ricco di dettagli, più “selfish”; non è mica prescritta una “divisa” da mamma. C’è un’anima di mamma, però, lì sotto. E si vede, benissimo, anche con i nostri occhi.