Il massacro dell’intimità

Poche settimane fa, una ragazza si è suicidata e la notizia della sua morte è rimbalzata su tutta la rete. La ragazza si è suicidata perché non sopportava l’idea che alcuni suoi video hard, che aveva inizialmente inviato via social alla sua cerchia di amici, fossero finiti in rete ottenendo una divulgazione oltre ogni limite e controllo.

Immediatamente, non richiesti, da tutte le latitudini sono piovuti i pareri. Tantissimi hanno posto una questione sessista: se non vi fosse un giudizio maschilista, ipocrita e negativo della sessualità della donna, dicono, la ragazza non si sarebbe di certo uccisa. Se fosse stato un maschio, anzi, se ne sarebbe vantato. Onestamente non arrivo a capire quale meccanismo interiore dovrebbe impedire a me, maschio, di provare un imbarazzo e una vergogna assoluti qualora un contenuto intimo e privato della mia sfera personale venisse rimpallato su mezza internet italiana, pure nel caso in cui al principio l’avessi diffuso io e anche ammettendo che abbia ricevuto solo giudizi simpatici e di sostegno. Ma tant’è.

Qualcun altro è caduto nella trappola del “doveva aspettarselo”. Ha ripreso se stessa nell’atto sessuale, o si è fatta riprendere? Ha trasmesso il video agli amici? Gioco forza, doveva accettarne le conseguenze. Sic, come se una regola ferrea dell’inviare un video a un amico fosse accettare che questi lo proietti sul muro di Piazza del Popolo a mo’ di maxischermo.

Riflettendoci un po’, io ne ho fatta invece una mera questione di intimità derubata. Che parte da un fatto di cronaca riguardante il sesso ma che va ben oltre il sesso e varrebbe per qualsiasi altra violazione della sfera personale. Per esperienza e modo di vedere il mondo, ho immaginato che l’intento di quella ragazza fosse effettivamente di mostrarsi provocatoria, disinibita, spinta, di scandalizzare, che lei stessa pensasse che quel che aveva ripreso e postato fosse “oltre”, fuori dagli schemi e che mostrarlo agli amici comportasse per lei un elemento di godimento. Per l’appunto, mostrarlo agli amici, alla propria cerchia. Ho trovato puerile il tentativo di farne una questione di “libertà sessuale”. Esistono comportamenti che tutti trovano forti; se così non fosse, se fosse tutto da considerarsi “lecito, normale”, spesso non ci sarebbe gusto a porli in essere. Ma deve essere rispettato il limite autoimposto in merito a chi viene autorizzato a saperne e chi no. Non si tratta di giudicare, si tratta di dire le cose come sono. La voragine che quella storia ha tirato fuori non riguarda cosa si possa o non si possa fare a letto (ognuno facesse ciò che vuole), riguarda la malattia di condivisione e più ancora di voyerismo ai limiti della psicosi che può investire chiunque abbia in mano un dispositivo connesso a internet. La ragazza non ha sopportato che l’immagine osè, precisamente quella che lei voleva trasmettere alla sua cerchia di conoscenze, sia arrivata ben al di fuori di essa e che non solo tutti l’abbiano potuta vedere, ma l’abbiano potuta rimbalzare, gestire, remixare, riprodurre, addirittura farla finire sui giornali condita da articoli completamente aberranti, senza che lei potesse averne il minimo controllo. Non è il tipo di commento, il problema: è che arriva da dove non doveva.

Se tu, lettore, vuoi parlare di sesso in questa vicenda, fallo pure. Il sesso, tuttavia, è solo un contorno, un dettaglio (fondamentale, magari, ma sempre un dettaglio). Immagina che io non abbia chiuso la porta a chiave mentre sono in bagno, convinto che in casa ci siano solo mia moglie e mio figlio e, invece, a entrare senza bussare sei tu, proprio tu, lettore, di cui io non so niente e che ti ci sei potuto infilare perché qualcuno ti ha dato le chiavi di casa mia senza avvertirmi. Ti giuro, lettore, che in quel momento non sto facendo sesso nel bagno di casa mia: eppure non voglio che entri.

E’ indiscutibile: nella vicenda di Tiziana Cantone ci sono dei responsabili diretti che andrebbero perseguiti. Ma sarebbe nostro dovere di utenti della rete interrogarci su come il nostro approccio alla privacy altrui dovrebbe mutare, divenire più attento, più maturo. Non ho fatto in tempo ad articolare questi pensieri, che già poche ore dopo la bufera del suicidio della Cantone la rete si è avventata, necrofila, sulle foto hot di una bellissima giornalista televisiva, la cui mancata autorizzazione alla diffusione era chiara e ben nota, da subito, a chiunque disponesse di un browser. Ripeto la sequenza: pochi giorni prima una ragazza, derisa e segnalata da mezza Italia, si uccide; pioggia di commenti, pareri da ogni parte; passano un centinaio d’ore e come se niente fosse stato tutti vanno a spulciarsi le ambitissime pic di Diletta Leotta al grido di “e che sarà mai, per due foto”. Dimostrando così che l’utente medio di internet è come minimo un dissociato, in grado di accedere a tutto ma incapace di discernere quanto il proprio comportamento fa parte della rete e fa a sua volta massa critica affinché la rete prenda l’una o l’altra direzione.

Sinceramente queste vicende mi hanno cambiato. Hanno fatto mutare in me il modo di acquisire i contenuti on line. Nulla mi avrebbe vietato di arrivare alle foto della Leotta nuda e la parte maschile eterosessuale di me francamente se le sarebbe guardate volentieri. Ebbene, me lo sono vietato da solo. Ho capito, meglio tardi che mai, che il fatto che qualcosa sia in rete lo rende accessibile ma non mi impone di accedervi per forza, anzi. Nessuno di noi entrerebbe in una casa altrui se trovasse la porta socchiusa o, forse, lo farebbe proprio per verificare che non sia successo qualcosa di grave a chi abita in casa, non di certo per andare a rovistare nei cassetti. E se dentro quel cassetto fosse custodito un segreto che, se divulgato, potrebbe distruggere i proprietari di casa? E già successo e a quanto pare, nella mia e nostra superficialità, non ci siamo accorti di quanto spesso sia già successo. Eppure è documentato su internet: andate a controllare quanti suicidi per video postati contro la propria volontà. Video di sesso; video di bullismo; video di maltrattamenti; video di oltraggio alla diversità, che dovevano restare privati e non lo sono rimasti.

Nutro una certa paura delle (e per le) generazioni che stanno crescendo, i nostri figli, per i quali un accadimento necessita di essere condiviso almeno in formato mp4, per esistere realmente. Nei miei stupidi diciotto anni (a diciotto anni si ha il dovere morale di essere stupidi), mi sono vantato della mia prima volta con i miei amici. Banalmente triste. Però sono certo di aver fatto sesso per il desiderio di fare il sesso in sé, non per vantarmene. Uno stupido diciottenne di oggi, tuttavia, troverebbe quasi scontato postare il video della sua prima volta tra i messaggi privati dei propri conoscenti – a loro volta tenuti alla stupidità dei diciottenni: se non ci fosse un video, ci sarebbe il sesso? “Ha senso fare qualcosa, se non la si condivide? E che gusto ci sarebbe?”.

Lascio a mio figlio la possibilità di custodire quel tanto o poco che le abitudini della sua generazione gli consentiranno di fare. Voglio tuttavia insegnargli che l’intimità esiste ed è un valore. Intimità, discrezione. Non far sapere a tutti dove sei in tempo reale come se la tua posizione fosse solo data da quel che la rete dice di te e non da ciò che vedono i tuoi occhi nella realtà concreta. Mangia di gusto quel che hai nel piatto, fotografarlo non ne amplificherà il sapore. Utilizza il tuo corpo come uno strumento di piacere per te e il prossimo, non come un ripetitore. E mostra di te ciò che vuoi si veda. Se vorrai essere esibizionista, sii esibizionista. Esponi te stesso nella misura in cui il tuo desiderio ti spinge a farlo, ma mai “così, tanto per divertirsi”. In quel modo, non si diverte nessuno.