Il mio tritest positivo

E’ iniziato tutto con una telefonata.

“Ci spiace signora, il suo tritest è positivo, dovrebbe venire a ritirarlo per poter procedere eventualmente con altre indagini”

Per la prima volta sono stata messa di fronte alla possibilità che qualcosa non andasse nella mia gravidanza e il mondo mi è crollato letteralmente addosso.

Nonostante sapessi che il tritest è un test di screening ormai poco attendibile e comunque in grado di fornire semplici statistiche, ormai il dubbio si era insinuato, in mio bimbo aveva una percentuale significativa, nel contesto 1 possibilità su 320, di rischio di avere la trisomia 21.

Sono sprofondata in un mare di angoscia, in un mare di dubbi e in un mare di paura.

Mentre tutto il mondo intorno a me restava tranquillo e cercava di rassicurarmi, io non potevo evitare di pensare che l’ipotesi peggiore stava per concretizzarsi.

Ho voluto immediatamente prenotare l’amniocentesi, prima ancora di riflettere effettivamente sul rapporto rischio/beneficio, non potevo stare nell’incertezza, nel dubbio, avevo bisogno di risposte per me, per i miei figli, per mio marito ovviamente, che in tutto questo è stato il mio faro nella tempesta.

Ho dovuto aspettare quattro lunghissimi giorni prima di poter fare l’esame, quattro giorni piene di (inutili) indagini su internet, ho persino perso tempo a confrontare ecografie trovate in rete con le mie, ho letto, studiato, approfondito.

Ho iniziato ad aver paura dell’amniocentesi: visto che di statistica si parlava, c’erano possibilità più alte di perdere il bambino per via dell’esame in se che possibilità effettive che avesse la Sindrome di Down.

Mi sono chiesta se non ci fosse un’invasione eccessiva della medicina nelle gravidanze, se si può permettere a un test datato e poco attendibile di “mietere” ancora tanti falsi positivi come quelli che procura il tritest, con i giorni di angoscia conseguenti nelle malcapitate.

Ho iniziato a guardare la mia pancia con sospetto, ho avuto paura di non poterla più amare come prima, ho avuto paura della decisione che sarei, forse, stata chiamata a prendere, una decisione che nessun genitore dovrebbe mai dover prendere, una decisione che andava comunque oltre me, ma coinvolgeva tutta la mia famiglia, il mio primogenito soprattutto, una decisione che non avrei saputo prendere comunque.

Ho amato il bimbo nella mia pancia come non mai in alcuni momenti, in altri ne avevo paura. Mi faceva male pensare al futuro e ogni calcio mi rattristava anziché rendermi felice, nello stesso tempo ero terrorizzata all’idea di poter fare del male al bimbo con l’amniocentesi e mi sono sentita tremendamente in colpa per la mia incapacità di poterlo accettare così com’era, ma voler sapere, voler sapere anche a costo di metterlo in pericolo.

Con questi pensieri e nonostante tutto, una fredda mattina di marzo sono andata a fare l’amniocentesi,accompagnata da mio marito.

Ombrosa