Il nonno racconta: una nonna di altri tempi

L’amore non guarda con gli occhi, ma con l’anima
William Shakespeare

Nonna Chinotta

“Bene!” Mi ha detto mia cugina Germana, “hai scritto un bel racconto sul nonno Faustin e mi sono commossa nel leggerlo. Ma perché non scrivi anche qualcosa sulla nonna Chinotta ? ” (Scrivo Chinotta con due “t”; nel nostro dialetto due “t” forse sono troppe, ma una è troppo poca)
Germana ha ragione! Non si può scrivere del nonno, senza parlare anche di sua moglie, alla quale era profondamente legato.
Già alle scuole elementari Faustin e Chinotta, i miei nonni paterni, erano sempre insieme , parlare di fidanzamento è azzardato, ma senz’altro era già una tenera amicizia, che è andata consolidandosi sempre più con gli anni.
Nonna Chinotta era generosa con tutti, tranne che con se stessa.
Ricordo che un giorno cadde nella rusa , nel canale che portava l’acqua al mulino. Dopo che il fieno di un prato vicino al Chiusella era già stato trasportato nel fienile, lei era tornata, da sola, in segreto, a rastrellare una seconda, forse una terza volta, per recuperare quel poco che era rimasto.
Ne aveva fatto una fiarà, cioè ne aveva riempito un lenzuolo, che in dialetto chiamavamo fiarer e se l’era messo in testa, sul pajet, per portarlo a casa. Attraversando il ponticello di pietra del canale, aveva perso l’equilibrio, forse per uno svenimento, ed era caduta in acqua. Non vedendola tornare, ci eravamo impegnati tutti a cercarla e fortunatamente l’episodio si concluse positivamente : la nonna stava bene, a parte qualche ammaccatura e qualche graffio.
Chinotta era sempre indaffarata: quando mungeva le mucche, a noi bambini dava un bicchiere di latte tiepido, appena munto. Che buono che era!( Soprattutto quello di una vacca che si chiamava Venezia.)
Metteva a seccare le castagne che le sarebbero servite durante l’inverno per preparare la minestra, sgusciava le nocciole e poi le tostava, seccava le erbe aromatiche che utilizzava per insaporire alcuni cibi. In particolare ricordo le patate fritte con il grasso e con le sue erbe aromatiche. Non ne ho più mangiato di così buone!
Germana mi ha ricordato che preparava una minestrina a base di Burdis, che era un insieme di erbe aromatiche in cui predominava il basilico seccato e sbriciolato. Talvolta insaporiva l’insalata verde tagliata minuziosamente con un’acciuga.
La nonna pensava sempre a tutti: i miei zii e le mie cugine lavoravano a Vienna come gelatai, infatti possedevano una gelateria in questa città e tornavano a Vidracco dopo la stagione estiva.
Per loro la nonna conservava con gran cura l’uva luglienga, un’uva bianca precoce e deliziosa che cresceva proprio, e cresce tuttora, su una vite addossata alle pareti della casa.

Come dolce preparava talvolta il cioccolato con le sue nocciole tostate, una specie di bunet, molto gustoso.
Non comprava quasi niente: producevano tutto in famiglia. Ricordo ancora la festa che si faceva quando ammazzavano il maiale. Conigli, galline uova, latte, formaggio costituivano le proteine animali, verdura ne producevano a volontà, la frutta era costituita principalmente da mele che i nonni vendevano anche e che davano un certo reddito. Sulla tavola della nonna mancava la pasta che ora siamo abituati a mangiare molto spesso, ma non era allora nelle nostre abitudini alimentari.
Una volta la nonna mi confidò che con la vendita delle mele di un solo anno, avevano comprato Muntunet, un prato abbastanza esteso.
E’ ancora vivo, ma poco produttivo un albero di renette. Abbiamo più volte tentato di innestarlo su alberelli giovani, ma i risultati sono stati deludenti. Fino a pochi anni fa gustavamo delle renette veramente straordinarie. Penso che siano proprio le mele renette che a Vidracco diano il meglio di sé.
Il vino non mancava mai sulla tavola; in verità non era un gran vino, era piuttosto una picchetta, un po’ aspro e di pochi gradi, perché a Vidracco non sempre l’uva maturava bene . A volte però c’era anche del vino buono, quando la nonna stessa sceglieva i grappoli migliori per produrre vino da mettere in bottiglia e da consumarsi nelle occasioni speciali.
Ricordo che quando eravamo in vendemmia nella vigna del Gader, la nonna mi faceva raccogliere gli acini che cadevano per terra dicendomi: ” sen i asinei ca fan al vin” (sono gli acini che fanno il vino): nulla doveva andare sprecato!
Quando ci vedeva accendere i fiammiferi di legno per divertimento, ci sgridava aspramente ricordandoci che ogni fiammifero costava due soldi (Che valore avessero due soldi, Dio solo lo sa)
Nonna Chinotta non si sedeva a tavola col nonno, ma mangiava con il piatto in mano, seduta vicino alla stufa. I suoi figli , quando era già avanzata con gli anni, le avevano regalato un fornello a gas, ma la nonna non lo ha mai utilizzato: preferiva la stufa, che accendeva anche d’estate per cucinare.
Aveva una gran pazienza la nonna ! Alla sera , dopo cena, nonno Faustin si addormentava su un pancone e la nonna con tutta la sua dolcezza insisteva per lungo tempo per convincerlo ad andare a letto. Mi sembra ancora di sentirla: Levte Faustin, va a cugiate antal let (alzati, Faustino, vai a coricarti nel letto).
Dalla loro unione erano nati quattro figli: Pierino, Giovanni, Mariuccia e un gemello di quest’ultima che era morto in tenera età. Mi hanno raccontato che Pierino e Giovanni facevano spesso arrabbiare il nonno, ma la nonna sapeva intercedere per loro e rabbonirlo. Nonno Faustin si era procurato un fischietto, quando voleva che i suoi figli, che erano sempre in giro, tornassero a casa, fischiava. Se e non arrivavano immediatamente, rischiavano di assaggiare il gurin, cioè la verga. Meno male che c’era la nonna che qualche volta riusciva a salvarli!
La nonna dopo una vita di lavoro e di fatica si spense nel sonno, serenamente, come era vissuta.
Non era mai andata in nessun posto, non sapeva nemmeno che cosa fossero le vacanze, non aveva mai visto il mare, sapeva a malapena leggere e scrivere, ma penso fosse più felice di noi , uomini e donne del terzo millennio.
Pensando alla nonna, mi sgorgano spontanei alcuni versi, anche se non sono certo un poeta e sono memore del vecchio proverbio latino: ne, sutor, supra crepidam (calzolaio, non andare oltre la scarpe)

Quando toccherò l’altra sponda,
ci sarai anche tu, nonna, ad aspettarmi.
Festosa , mi accoglierai,
come quando, fanciullo,
venivo da te per la colazione
e prima di andarmene mi chiedevi:
“T’e pin?”*

* Sei sazio?

Lorenzo Bertoldo