Il papà invisibile, Parte 2°

Poco più di un anno fa, scrivevo questo post. Come per tutte le cose, il tempo porta consiglio e ti fa capire.

A me, per esempio, il tempo ha fatto capire che avevo avuto ragione, sin da subito.

Pur essendo un maschio, ho portato da solo il bambino in piscina per tutta l’estate, io e lui, ore ed ore al giorno, accudendolo, curandolo, giocandoci, facendolo mangiare. Nessuno si è fatto male.

Ricominciato l’anno, il bambino ha iniziato il nido: sono io a prepararlo, ogni mattina, svegliarlo, accudirlo, giocarci, vestirlo, preparargli la sacchettina e portarlo all’asilo, sinora sempre sano, lindo e di buon umore. Sono io ad andarlo a recuperare e sempre io a lasciare alle nonne tutto ciò che serve per il resto della sua giornata. Sono io, per la maggior parte delle volte, a farlo addormentare la sera.

Insomma, un uomo è perfettamente in grado di badare al proprio figlio, restando sani di corpo e di mente sia il padre che il figlio e senza peraltro che la casa imploda per il caos. Non serve essere donne.

Quindi basta così? Mamma o papà poco importa, tanto pari sono?

No. In realtà no.

Anche questo l’ho scoperto nel tempo. Non ho idea se certi meccanismi dipendano dall’essere maschi/femmine o se si tratti semplicemente dei caratteri distintivi miei e di mia moglie. Ma nel rapportarci al bambino siamo diversi.

Mia moglie è la dolcezza, il gioco, la scoperta. Lei ha mille idee su come farlo giocare ed imparare. Si stimolano costantemente. Con lei Francesco ha iniziato a camminare e a parlare; con lei ride a crepapelle. Quando la vede le lancia le mani al collo, si baciano continuamente. Non stanno zitti un minuto. Quando io sono più stanco o più nervoso, lei ha la capacità di preservare il bambino dalle mie paturnie. Riesce davvero a proteggerlo da tutto e da tutti. Tendenzialmente il bambino non fa esattamente quel che lei gli chiede. Non perché lo vizi, è solo che lei non riveste la figura cui “dare retta”.

Ecco che intervengo io. Io sono il riferimento, l’autorevolezza. Tra noi ci guardiamo innamorati e ci coccoliamo, ma raramente abbiamo quel trasporto trascinante che esiste con la mamma. Se il bambino deve sfidare qualcuno, sfida me. Si aspetta che io fissi i limiti del “sì” e del “no”. Raramente lo sgrido (talora capita, come capita alla mamma): il più delle volte opero come il proverbiale cinese sul ciglio del fiume, mi ci piazzo davanti e gli dico “non importa quanto ci vorrà: io starò qui finché questa cosa non la farai (o non smetterai di farla)”. Con me finisce per fare le cose da fare, smettere quelle da smettere. Mia moglie ci diventa matta, dice “mi fa una rabbia, a me non mi fila proprio, segue solo te”.

Quella volta in cui capimmo che aveva bisogno di un aiuto per addormentarsi da solo in cameretta, sono rientrato all’una di notte a casa da un mio concerto, l’ho messo nel suo lettino, mi ci sono piazzato davanti e gli ho fatto capire che non sarebbe venuto con noi nel lettone, che sarei rimasto lì e lo avrei aiutato, cullato, consolato, ma non avrei mollato il colpo neppure se fossi stato sul punto di svenire. E ci stavo quasi, sul punto di svenire, alle cinque passate. Quattro ore da panico. Da quella notte, il bimbo si addormenta serenamente per conto suo nel proprio letto.

Quando il bimbo non mangia (quelle due volte in un mese, di norma è un’idrovora), mia moglie cerca di capire come mai, se qualcosa non è buono, se può cambiare un condimento, se è il caso di preparare qualcos’altro. Se capita quando ci sono io, mi invento di tutto e insisto, con le buone e con le meno buone, finché alla fine non mangia esattamente quello che ha nel piatto.

Siccome ritengo che una persona, nella vita, abbia bisogno di sentirsi sicuro che qualcuno lo protegga e, al contempo, voglia venire spronato a fare qualcosa di più, credo che servano tutte e due le modalità. Solo la protezione porterebbe certi problemi, solo lo sprone ne porterebbe altri. Il caso vuole che noi due genitori, tra noi, ci compensiamo così.

È perché io sono maschio e mia moglie femmina? Non lo so per certo, ma ho la sensazione che essendo maschio il figlio, così ci poniamo istintivamente nei suoi confronti: la mamma come “chioccia” e il padre come “modello”.

Non ho figlie femmine, quindi non saprei dire come sarebbe. Proverò ad attivarmi ma non garantisco risultati. Quel che è certo è che già ora che ho un bimbo di diciannove mesi, io e lui abbiamo conversazioni esclusive (chiamiamole così) “da uomini”: la qual cosa, per quanto a volte il ruolo del padre venga qua e là sminuito, mi fa sentire alto dieci metri dall’orgoglio.