Il papà invisibile

Il papà invisibile
È tra noi. Sovverte ogni regola di esperienza e di buon senso. Si fatica ad accettarlo, eppure vive. Tanti ne negano persino l’esistenza e spesso è lui stesso a nascondersi per non farsi identificare. Come agisce, in quali oscuri meandri opera, dietro quali maschere si cela il padre “non assente”?
Il padre assente è la materia. Se ne parla da sempre, lo si dà quasi per scontato, “i maschi sono tutti uguali, per natura”. Il padre “non assente” è l’antimateria. Si sa che gli scienziati la padroneggiano, ma non si può andare al mercato a comprare un etto di antimateria.

Chi è, dunque, quest’essere metà uomo e metà unicorno con cui alcuni hanno la pia illusione di identificarsi?
Quando Francesco aveva poche settimane, l’espansiva pensionata che affaccia sul pianerottolo di casa mia, con cui non ho mai avuto gran feeling e che invece adora alla follia mia moglie, ci incrociò mentre uscivamo di casa tutti e tre, con carrozzina e accessori vari. Ci venne incontro e, alla vista del piccolo, si sperticò in lodi – giustificatissime – per la bellezza incredibile del bimbo (che è oggettivamente bello, bontà sua), in lodi – altrettanto giustificatissime – per la mamma, una donna luminosa e splendida che irradiava maternità sino ai quattro angoli del mondo, infine un istante di silenzio – per nulla giustificato – quando si rese conto che del padre non aveva ancora detto nulla. All’esito di questo interminabile attimo, non trovò di meglio che un imperscrutabile “beh, anche il papà. Certo, un po’ assente, ma comunque bello”, per uscire dall’impasse.
Perché assente? Sono sempre stato qui… ancora non ho neanche ripreso a pieno regime col lavoro. Ah, la gente!, pensai, prendendo la cosa come un accadimento folkloristico, una nota di colore bizzarra in un mondo altrimenti lineare, senza farci più caso.

papà invisibile
Poi il passare delle settimane, le persone intorno a te e, alla base di tutto, quel vago senso di “alla fin fine tu te ne stai tranquillo a lavoro” che rimane sempre sotteso nelle parole di chi è stata mamma almeno una volta nella vita.

Quel tuo rientrare a sera in casa e trovarti mamme, suocere, cognate pronte a spiegarti tuo figlio com’è, come non è, cosa fa, cosa non fa. Ti domandi: quando non sono fuori di casa a lavorare – oggi come oggi, grazie al cielo, posso permettermi la fortuna di pronunciare una frase del genere – sono in casa, a stretto contatto con il bambino. La cosa avviene per non meno di quattordici (14) ore al giorno, pause nanna escluse, durante le quali la mia mente e le mie attenzioni sono comunque rivolte a lui.

Perché si dubita che io possa essere perfettamente a conoscenza di chi sia il mio nuovo convivente?
La mamma è la mamma, con la mamma è diverso, la mamma è speciale, la mamma di qua, la mamma di là e non ci piove, non ci deve piovere. La mamma è una persona unica. In realtà lo era, unica e speciale, anche prima di essere mamma e in questo suo essere una persona unica risiede la sua unicità di mamma.

Ma anche il papà è unico: ha un carattere unico e un bagaglio unico, dei modi di fare unici e se tutto questo lo mette a disposizione del bambino, di fatto non c’è distinzione di genere che tenga. Il papà non dovrebbe e, in definitiva, neanche vorrebbe, essere una mamma bis. Perché allora negargli l’intrinseca possibilità di essere un papà unico? Perché metterlo comunque in coda a una speciale sapienza femminile che si presuppone comunque essere “altra cosa”?
Nella sostanza, se e quando un papà cambia i pannolini, prepara da mangiare, veste, accudisce, gioca, cura, abbraccia, cerca di dare al suo piccolo un mondo pieno di regole semplici da capire e di amore assoluto e di stimoli utili, per quale arcana ragione non dovrebbe ricevere un riconoscimento incondizionato della sua presenza (o “non assenza”)?
Probabilmente quel che scrivo non è del tutto popolare e potrà anche lasciare interdetti, per certi versi, ma trovo che, per qualche ragione, siamo ancora tutti intrisi di un convincimento un po’ strisciante secondo cui il padre, in ogni caso e nonostante tutto, fino a un certo punto può arrivare, ma oltre quel punto non saprebbe andare; trovo che questa idea esista, che sia pericolosa, che sia parecchio triste e che derivi forse da un passato generalizzato che oggi, con i cambiamenti sociali in atto, può al massimo corrispondere a un presente episodico, certo non più alla regola.

Oggi il papà ha raggiunto livelli di contatto con i propri figli che le scorse generazioni si sognavano. (Ho ricevuto in regalo un saggio sulla genitorialità del padre, la cui prima stesura risaliva agli anni ’70: fa sorridere, per alcuni aspetti, quando si lancia in discorsi del tipo “è bene che il padre dedichi almeno dieci minuti al giorno al bimbo piccolo, sin da subito, per stabilirci quel necessario contatto. E che impari ad accettare che nei pannolini sporchi spesso dentro c’è la cacca”. Dieci minuti? Accettare la cacca?… o sono il padre migliore del millennio, o più semplicemente la vita è del tutto cambiata negli ultimi quarant’anni). Nonostante ciò, sembra di assistere, in questo ambito, ad una sorta di ritorsione involontaria del genere femminile: si chiede loro di essere madri, lavoratrici, amanti, angeli del focolare, insomma, un sacco di cose, senza spesso riconoscere loro il giusto tributo di considerazione e sostegno. E loro sembrano quasi replicare: “già non ci date nulla… volete toglierci anche questo?”.
Questa idea esiste, insisto, ed è a causa di essa che la mamma, nei primi mesi, quando le rimproveri qualche picco di aggressività inaspettato, è tentata di risponderti “che ne sai, tu? Io sto con il bambino tutto il giorno, la mia vita è totalmente assorbita da lui, mi sento perdere l’individualità”. Ebbene, un padre assente una lamentela simile può aspettarsela, con la sua vita esterna così piena e fiorente e solo qualche ora al giorno da dedicare al figlio. Ma il padre “non assente”? Quell’uomo che, tolte le ore in cui lavora, vede la sua vita parimenti assorbita dallo stesso bambino che sta assorbendo la mamma e che nel frattempo adempie esattamente al compito cui devono adempiere entrambi i genitori (portare avanti la baracca, visto che di congedo di maternità se ne prende solo uno)… perchè costui non dovrebbe sentirsi addosso le stesse frustrazioni, la stessa sensazione di smarrimento, la stessa fatica?
Tra poco mia moglie rientrerà al suo posto di lavoro. Constaterà, suo malgrado, che stare diverse ore al giorno fuori casa e non gomito a gomito con il bimbo, da un lato è utilissimo a riprendere fiato – e su questo sono sempre stato molto onesto – ma dall’altro è ugualmente faticoso, poiché il corpo può anche essere altrove, ma la testa sempre lì col bimbo sta.
Quindi no, il discrimine non può essere “tu esci, io sto a casa”. Al giorno d’oggi, si lavora o si cerca di lavorare tutti. E dunque? Cosa suggerire a questo povero padre “non assente”, per non sentirsi sopraffatto da questa percezione di sé come di elemento sì centrale, sì importantissimo, ma pur sempre in affanno?

Qualcosa gli va suggerito, in realtà, perché quando dico che siamo tutti intrisi da questo retropensiero infausto, intendo proprio tutti, a partire da noi padri, assenti o non. Siamo noi i primi a farci assalire dalla paranoia di non sapere dove collocarci. Siamo noi i primi a toglierci di mezzo quando una nonna sale in cattedra, un po’ per frustrazione, un po’ perché lei è a sua volta madre ab origine e la madre “sa”. Siamo noi a non manifestarci, a non imporci, a non pretendere di esternare la nostra volontà di padre “tutt’altro che assente”.

Fate un giro sui social, sulla rete in genere, più estesamente osservate tutti i media esistenti sul pianeta: quando si parla di figli, il 99 per cento dei commenti è femminile. Ultimamente sto frenando il mio desiderio di intervenire in discussioni del genere, perché mal sopporto di apparire sempre, sempre, sempre come l’unico padre che si pone certe domande in maniera manifesta. Eppure non ci credo, non riesco a convincermi del fatto che ci siano fiumi, folle, orde di madri che cercano su internet supporto, consolazione, sostegno o consigli sul come crescere i propri bambini e che a questo esercito di donne-madri si affianchi nulla più che uno sparuto manipolo di timidissimi papà, intenti per lo più a non farsi riconoscere.
Il padre tutto sommato c’è, fa, conta. Ma non si confronta, non si espone, non trova il supporto degli altri padri con cui, a quanto sembra, sarebbe più virile, più consono, scambiarsi opinioni sulle scelte pratiche, sulla gestione economica della famiglia o sul sempreverde calciomercato. Personalmente lo trovo privativo. C’è tutta una sfera cui rinunciamo, in questo modo. Qualcosa cui noi maschi sentiamo quasi di non avere diritto e cui abdichiamo alla prima contestazione che il genere femminile ci sottopone. Sarebbe bello avere un confronto tra uomini anche su argomenti che si presuppongono – a torto – prettamente “materni”. Purtroppo, ne ho la quasi matematica certezza, anche questo post verrà letto ed eventualmente commentato solo da donne. Le quali, magari, non aspettano altro che un “outing” da parte di tutti quei papà “non assenti” che si manifestano solo col buio, incappucciati con mantelli scuri, indistinguibili dalla notte.