Il sesso orale: quando se ne parla. E basta.

Eravamo quattro amiche al bar e ci era rimasto solo il sesso orale: nel senso che ormai ne parlavamo e basta, di sesso. Eppure un tempo eravamo diverse, un tempo eravamo un tutt’uno con le lenzuola. E poi? Cos’è successo?

Il periodo di vacche magre, per autocitarmi, era arrivato anche per noi (credo sia insito nel pacchetto “genitori”, se non fosse così per favore non toglietemi l’illusione che fosse per quello, grazie).

Se avessimo segnato sul calendario i rapporti sessuali, sarebbero stati confusi con il ciclo, per dire (per dire un piffero, eravamo a quei livelli davvero).
Insomma si accoppiava più il panda in cattività nello zoo, di noi. Che però, presi da due bambini piccoli, di cui una piuttosto esigente, non ce ne accorgevamo neanche. Un altro po’ e si arrivava alla soglia dei rapporti bisestili, if you know what I mean.

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Fattostà che fedeli alla regola che ci si era date, in una delle riunioni del giovedì (che poi erano mensili ma faceva più figo farle sembrare settimanali) ci si ritrovò a casa di Mirtilla Malcontenta, amica carissima solo un filo incline all’autocommiserazione, a parlare di tutto e di niente. E tra quel tutto e quel niente, una di noi ebbe il coraggio di ammettere che il sesso, a casa sua, era diventato un evento così raro da poter essere un ottimo affare per i bookmaker.

Dopo qualche risatina di compatimento, quasi tutto il reparto “con figli” (ovvero io e un’altra) ammise tristemente che si parlava la stessa lingua, sotto lo sguardo inorridito delle due ammogliate senza figli e delle due più o meno ancora, felicemente o meno, single.

Certo sì, non è che l’interesse fosse del tutto svanito, anzi. Ma era diciamo ben coperto da strati di bambini esigenti, sensi di inadeguatezza, maniglie dell’amore post partum e sonno, tanto sonno.
Il nostro corpo era cambiato, e anche le nostre esigenze. Più che la maratona del sesso si aveva bisogno della tenerezza del sentirsi ancora apprezzate nonostante le occhiaie e il baricentro vagamente più a sud.

Quello che, mano mano che il discorso si dipanava con sempre minore imbarazzo, veniva fuori era un quadro in cui sembrava che tra noi e i nostri compagni mancasse un linguaggio comune capace di far ritrovare l’intimità in ogni cosa, prima ancora che tra le lenzuola.

Il sesso non era un tabù, ma eravamo nella fase orale: se ne parlava. E basta.

Posto il fatto che la ginnastica orizzontale mancava a tutto il contingente mamme del gruppo, si cercò di capire cosa in particolar modo ci avesse portato a doverne sentire la mancanza.
La mancanza di tempo? Il sentirsi meno belle? Lo stress? La stanchezza?Ovviamente era una summa di tutte queste cose, ma parlandone ne venne fuori un’altra che nessuna di noi aveva mai considerato: l’inibizione del cambio di ruolo.

Se infatti prima avevamo una visione di noi stesse come giovani donne sessualmente disinibite (ovvio: chi più e chi meno) e con un discreto potenziale erotico, non riuscivamo più ad incastrare in questa cosa l’essere diventate madri, l’allattamento, il ruolo genitoriale. Insomma, in un angolino piccolo, nascosto e segreto, c’era una vocina che ci diceva piano che “una madre certe cose non le fa. Un po’ come una regressione a quando pensavamo che i nostri genitori non facessero sesso perché, insomma, erano i nostri genitori! Ecco, ora i genitori eravamo noi.
Un bel casino.

Parlarne in qualche modo servì: almeno si era trovato il coraggio di ammettere una cosa che alla fine ci metteva a disagio.
In qualche modo quella serata portò ad un’evoluzione, ma ne parleremo la prossima volta! 😉