Il sesso tra genitori: quando le nonne fanno la differenza

Questa è la storia di come – direttamente dal dopoguerra – arrivò la soluzione ai nostri problemi dentro al letto, grazie alla saggezza della Signora Ida, quella del secondo piano.

Inaspettatamente la soluzione al nostro problema arrivò grazie alla signora Ida, condomina del secondo piano, un cubo di 150 cm di altezza per 150 kg per circa 150 anni e diverse generazioni di pura romanità.
Aho, tesoro mio, ce so’ due motivi pe’ avecce a faccia smuntarella comm’a tua a ‘st’ora daa matina: o ne fai troppo o nun ne fai peggnente. A occhio direi a seconna”. Erano le 9 di un giorno di ferie e avevo appena lasciato la figliolanza nelle rispettive scuole, quindi ero tornata a casa con tutte le intenzioni di fare del mio letto una versione decisamente profana di una sindone, ma non avevo fatto i conti con l’inatteso incontro in ascensore.
Maledicendo tra me e me la pigrizia che mi aveva spinto a non fare le scale, ero rimasta talmente basita e sconvolta che non mi venne neanche la forza di negare o di far finta di non aver capito a cosa si riferisse. La mia faccia, stupore a parte, doveva sembrare anche parecchio disperata, oltre che “smuntarella”, cosa che indusse la mia cara vicina a farmi entrare per un tè.

Appurato che la discrezione non era il suo forte e che difficilmente pareva incline a permettere al suo interlocutore di svicolare da discorsi scomodi, mi preparai ad affrontare una spiacevole diatriba sulla mia vita sessuale.
In realtà la signora Ida fu dolcissima e molto ben disposta ad accettare la mia timidezza rispetto all’argomento (ok, non era un tabù, ma neanche ne parlavo abitualmente con una persona incontrata tre volte in ascensore!).

Tra una tazza di tè e dei buonissimi biscotti, la signora Ida mi raccontò che anche lei si era ritrovata ad affrontare un problema simile, ma in un periodo storico in cui non era così scontato che una donna potesse essere intraprendente in campo sessuale. In pratica l’iniziativa stava tutta al marito, che ormai la vedeva solo come madre dei suoi figli e non, come disse lei stessa, “come ‘na compagna de giochi orizzontali” (ecco, io la definivo ginnastica orizzontale… che dovessi anche cambiare atteggiamento?).
Decisamente stufa di serate contemplative, come darle torto, ad un certo punto decise di prendere un altro tipo di iniziativa: mandò i regazzini da sua madre per una settimana, era estate. Aprì la porta in reggicalze e poco altro ad un marito abituato ad essere accolto da tre bambini iperattivi e urlanti. Lo disse ridendo e io cercai in tutti i modi di non immaginamela in quella (s)veste, credetemi. Fattostà che funzionò, evidentemente il marito apprezzò.
L’omini vanno svegliati a son de sganassoni, se nun capiscono ‘e parole, fija mia. Mi’ marito, pace all’anima sua, nun era poi diverso dall’atri. E se ha funzionato cor mio, perché cor tuo no?

Ve dovete ricorda’ d’esse pure artro, ciccina mia. E siccome co’ du’ creature po’ esse difficile, quello che te serve è un momento de pausa, tu e lui.
Eh, ok, ci può stare… ma come faccio signora Ida?
No no no, a me signora Ida nun me ce chiama nessuno, che me fa sentì vecchia… chiameme Ida e stop. A vedi sta casa? È silenziosa, e grande. I fiji se ne so’ annati lontano a lavorà e io so’ sola… famo così: perché nun cominci a venì quarche pomeriggio così conosco meglio i regazzini e poi vedemo se glie piacio e magari quarche vorta te li posso tenè io? Io c’ho bisogno de vita e de sentimme ancora utile, i regazzini de cambià aria e voi de… vabbè se semo capite no? (eh, sì, c’eravamo capite)

Però tesoro, scusa se me permetto eh, ma tu c’hai bisogno de ‘n piano d’attacco veloce: tu’ madre e tu’ socera nel frattempo che noi s’organizzamo, nun tii possono guardà quarche sera?

Eh, Ida, i miei ancora lavorano e la sera per esempio son distrutti, ci sarebbe mia suocera, è venuta a vivere qua al nord… ma, ecco, come dire, non abbiamo un buon rapporto…
Coi regazzini ce l’ha, sto buon rapporto?
Ah sì, con loro sì. Il suo problema è solo che siano usciti dal mio corpo. Avrebbe preferito anche quello di un brontosauro, piuttosto.
Ecco, bella. Nun glie piaci? Sticazzi: devi piace ar fijo, mica a lei. Me pare che stamo ar punto che si te voi tenè ‘r fijo devi cede co la madre. Mica che ce li devi lascià pe’ sempre, ‘n finale, no? Tu te ripiji ‘n’attimo a vita tua, lei è contenta (e si è stronza sarà contenta pure er doppio, perché hai ceduto tu) e tu fiji pure… ma che voi deppiù?

Ecco, che volevo di più? Avrei voluto non chiedere, avrei voluto non avere bisogno di un compromesso. Ma come disse giustamente la sora Ida, devi fa’ i conti co’ ciò che c’hai, mica co’ quello che voresti avè.

Così iniziai subdolamente a instillare nei miei figli il desiderio di vedere la nonna, e, magari, anche dormire da lei. Cose casuali, frasette buttate lì, in maniera che loro la percepissero come una loro idea. Shakespeare sarebbe stato orgoglioso di me: Iago, come avrebbe detto Ida, me spicciava casa.
Il mio piano funzionò, e mi permise anche di non perdere la faccia davanti a Mr D. (che veniva da un periodo piuttosto intenso di Da tua madre? I miei figli? Starai scherzando, vero?… Mai!).

Ci volle comunque un po’ di tempo a renderci conto che eravamo ancora una coppia, ma le basi erano gettate.
Di come andò ne parleremo la prossima volta, nel frattempo vado a riprendere i bambini a casa di Ida… stanotte hanno dormito lì 😉

Stancamente, ma felicemente, vostra

 

Estro

 

Ps mi scuso con tutti i lettori romani per aver maltrattato il loro dialetto nel cercare di mettere per iscritto la saggezza della sora Ida. Con l’orale inizio a cavarmela abbastanza bene, prima o poi prenderò lezioni per lo scritto! 😉