Il silenzio assordante di un cuoricino che non batte più

In questa giornata speciale, abbiamo voluto dar voce a una mamma che ci segue, che ci ha aperto il suo cuore e raccontato la sua esperienza:

“Nella stanza in penombra la sonda scorre sul ventre scoperto, poi la sentenza: “Non c’è battito.”

Quante di noi si sono trovate in questa situazione?
Almeno il 30%…
Così dicono le stime.

Ognuno di noi conosce qualcuno che ha perso il proprio bambino durante l’attesa o subito dopo il parto. Sono moltissime le famiglie colpite da questo lutto. Famiglie spesso lasciate sole nel dolore, l’impotenza e la rabbia contro un destino su cui nessuno ha controllo.

Alla nostra famiglia è capitato due volte, entrambe nel secondo trimestre di gravidanza.
Catapultata in un mondo nuovo, penoso e tristemente solitario, ho scoperto che questi figli non sono figli veri, più spesso sono scarti, aborti, masse o grumi.
Questi figli non sono morti davvero, perché non sono mai nati.Questi figli non sono nati perché non hanno mai respirato la nostra aria.
Un dolore atroce per cui ho faticato a trovare le parole e poi a trovare orecchie capaci di ascoltarle.

Un dolore fatto di sgomento, perché sono eventi questi che capitano sempre agli altri, finché ‘gli altri’ sono diventata io; fatto di rabbia, perché fa una gran rabbia guardare impotente la morte di un figlio; fatto di vergogna, perché mi sono trovata ad essere una madre incapace di far nascere vivi i miei figli.

La società ancora si ostina a non volere dare il giusto peso ad un fatto rimasto immutato da sempre e l’essere ignorati acuisce il senso di vergogna e il dolore.
Mi sono sentita dire frasi come: “Dai, non pensarci! Ne farai un altro…”, come se un altro figlio potesse cancellare quello perduto per sempre.
Vabbé, tanto ne hai altre due”, come se avere già altri figli potesse alleggerire la pena per quelli perduti.

Ogni volta siamo tornati a casa con le braccia vuote e non riuscivamo a trovare un posto in cui mettere il figlio che non c’era più.
E’ stato un cammino lungo e faticoso, fatto di tappe e molte scoperte.
Ho scoperto che per me è necessario condurre fuori dall’ospedale ogni mio figlio, che sia in una culla o in una bara. Ho scoperto che dare sepoltura ad un piccolo bambino nato-mai nato, ha su di me un grande potere: mi offre l’opportunità di sentirmi madre di questo figlio e fare per lui tutto ciò che mi è possibile per conferirgli la dignità di un figlio. Mi offre un posto in cui poterlo pensare. Mi offre la consolazione di avere un luogo in cui poterlo piangere.

Ho vagato parecchio prima di trovare il modo di incanalare il mio dolore, finché ho chiesto aiuto.
La psicoterapeuta che ho incontrato ha pronunciato la prima frase risolutiva: “E’ riconosciuto come la morte di un figlio in attesa, fin dalle sue prime settimane di vita, sia riconducibile ad un vero e proprio evento luttuoso”.
Figlio, morte, lutto.
Il mio dolore è stato legittimato e nella legittimazione si è potuto trasformare.
Le mie figlie non erano aborti, ma figli; la loro vita era esistita davvero e la prova stava nella loro morte: solo chi vive, infine muore.

Non c’è una strategia universale o una formula perfetta per elaborare questo lutto, ognuno con la propria sensibilità potrà trovare il modo migliore per sé.
Ciò che conta è chiedere aiuto se ci si trova in difficoltà.

Nel tempo il mio dolore si è sedimentato e trasformato, finché mi sono scoperta non più quella di prima.
Perché proprio questo mi ha lasciato la morte di un figlio  (e poi due) durante l’attesa: un cambiamento profondo nel modo di vedere la vita, di affrontare le questioni, di dare valore alle cose.

Il cambiamento è avvenuto mediante una scelta precisa. E’ vero che non ho avuto controllo sulla sorte di questi figli, sono stata impotente e privata della possibilità di decidere in merito alla loro destino, però ho potuto stabilire come impiegare il dolore che ha provocato la loro perdita.
Così ho potuto scegliere se restare inchiodata ad esso, oppure usarlo per incontrare parti di me che prima non sapevo nemmeno di avere.
Ho scelto un atteggiamento: ho scelto che non fosse il dolore a gestire me, ma fossi io a gestire lui. Ho scelto di continuare a vivere vivendo.

Porto con me la dolcezza del loro passaggio, la gioia d’essere stata la loro madre, il piacere d’averle portate con me di essere stati una famiglia. Talvolta mi lascio cullare da una dolce malinconia, traccia della loro assenza nella mia vita, ma anche della nostra storia: oggi sono la madre che sono anche perché sono stata la loro mamma.

Ho imparato a vivere con la loro assenza, portandole semplicemente con me.

Dal lutto perinatale è possibile “guarire”, ritrovarsi e proseguire il proprio percorso di vita con piena soddisfazione.
Negli ultimi anni stanno sorgendo percorsi di sostegno al lutto perinatale, così nei Consultori locali è possibile talvolta trovare persone sensibili e formate.
Nelle città di Roma, Milano, Como, Cagliari è attivo lo Sportello a braccia vuote e su Genova merita di essere segnalata la Psicologa Perinatale Arianna Cosmelli, solo per citare alcune realtà di sostegno attivo sul territorio.

Oggi è il 15 ottobre, la giornata mondiale della consapevolezza del lutto perinatale.
Oggi si concentrano le maggiori energie per focalizzare l’attenzione su questo lutto e le sue conseguenze e questo è il mio piccolo contributo…”

 

Erika Zerbini (Questionedibiglie.blogspot.it)

 

Ringraziamo Erika per la sua toccante testimonianza.

Per qualsiasi informazione o necessità, vi rimandiamo al sito di  CiaoLapo Onlus, l’Associazione punto di riferimento in Italia per le famiglie colpite da morte perinatale e per gli operatori Sanitari che si trovano ad affrontare il lutto come professionisti.