In vacanza col papà (single)

La prima vacanza da papà single poteva finire molto male, ma si sa, i bambini (e anche i papà) sanno sempre stupirci!!

Ciao a tutti, sono Mattia Murat (scrittore) e questo è solo uno pseudonimo che, come sapete, ci permetterà di dire le cose come stanno senza aver paura che ci chiami l’avvocato.

Che le cose tra me e la mia ex non andassero benissimo lo si capiva dallo stile con il quale affrontavamo temi estivi e voluttuose proposte.

«Amore…» io, provolone romantico «vorrei portarti lì, dove finisce il mare…»

«Dove? A Rio Torto?»

Da allora tante cose sono cambiate, al punto che “dove finisce il mare” ci porto i miei due figli che non pretendono gli alimenti, ma solo amore. Amore e giga per lo smartphone.

Ricordo con molta tenerezza, affetto e gastrite la prima estate passata coi miei ragazzi quando, una volta separato (tengo a precisare: non per colpa mia) mi impegnai a passare quanto più tempo con loro, senza fare mancare nulla di nulla, nemmeno un giorno di mare, per esempio.

E così quella prima estate, che già venne definita da tutti gli esperti come “la più stronza” dell’umanità, cercai di organizzare una specie di vacanza come potevo, nelle economie di neo-povero.

Nota: quello che si tende a sottovalutare (quando non a dimenticare del tutto) è che spesso un papà single è un ex benestante (che scialava) che si trova all’improvviso a dover affrontare le stesse, identiche spese di prima (casa, macchina, spesa, extra) ma due volte. Più il Maloox.

Riuscii a prendere in affitto (a nero) una casetta rurale vicina alla spiaggia. Il gestore, un ex-contadino che viveva delle abbondanti rendite degli affitti dei suoi ex-depositi-degli-attrezzi da latifondista, mi faceva un buon prezzo considerandomi una specie di disadattato.

La casetta era un monovano con angolo cottura, bagno interno e doccia esterna tra cespugli di lavanda e ginestre, tutto lontano dalla strada e dal concetto di società. Un sentiero comodo nella macchia mediterranea e piante aromatiche portava fino alla spiaggia, grande, pulita e poco frequentata. Il ritratto bucolico della riscoperta della natura blablabla. Lo scontro/confronto con il pianeta dorato della MADRE risultò impietoso: niente spiaggia con i divanetti, niente musica, Tv, bar, animazione, ballidigruppo, gioco aperitivo, tuffo in piscina, niente cabina per cambio costume, niente biliardini, niente gruppo di soliti amici (viziati) con cui fare giochi divertenti come gavettoni gelati e sabbia in bocca.

«Cioè, padre», il grande, «tu vuoi dirmi che questa è la tua offerta per l’estate? E devo anche trascinarmi dietro i giochi e LEI?», indicando una sorella non troppo più piccola di lui che intanto, non ancora adolescente, guardava con amore una farfalla in un fiore, un attimo prima che venisse mangiata da un uccello tipo picchio.

Il primo giorno trascorse che io mettevo a posto le provviste per una settimana e sistemavo la casa, mentre loro giocavano a lamentarsi in giardino, tra zanzaroni, ragni, scarabei e tutti gli insetti che Noè poté salvare dal diluvio. La piccola scoprì che le vespe erano attratte dall’acqua della doccia e non si lavò per tutta la settimana. Il grande pensò che non fosse un grosso problema ma che il vero dramma era che non ci fosse nemmeno una tacca per la connessione dati. Per tutto il tempo ha girovagato per il giardino, l’orto e i sentieri circostanti come un rabdomante che cercava un segnale dal cielo, ma niente.

Chi ha dei figli adolescenti sa che la nostra voglia di aiutarli a risolvere i loro dubbi, le loro preoccupazioni e i loro tormenti, spesso si risolve in un definitivo “TU NON CAPISCI!”, con o senza pianto o lancio di oggetti.

Non si è mai arreso per tutto il tempo, provando a orari diversi, anche arrampicandosi sugli alberi: niente.

Per fortuna il mare era bello e il tempo è stato sempre di sole e di azzurro e, alla fine, i ragazzini sono sempre gli stessi e si divertono come facevo io vent’anni prima: scavando buche per cercare l’acqua, cercando conchiglie e bastoncini dalle forme strane per costruire fortini sul bagnasciuga, realizzando la pista per le biglie coi dossi, le buche, i ponti e tutto il resto.

«Papi», mi dice una vocina felice, «al lido non possiamo fare tutte queste cose!». Immagino sia difficile scavare buche nell’asfalto. O spiegare che esistono delle alternative all’intrattenimento contemporaneo o al “Pulcinopio”, vero Madre?

Mi sentivo felice: felice di aver aggiunto un mattone alla costruzione della loro vita, delle loro esperienze e, fondamentale, alla relazione con i miei figli. Alla fine della settimana sarebbero tornati alla normale routine fatta di non-rinunce. Ero felice ma c’era comunque qualcosa che non mi convinceva. Qualcosa come la sottile percezione che “il minimo barometrico che avanzava in direzione orientale incontro a un massimo incombente sulla Russia, e non mostrava (per il momento) alcuna tendenza a schivarlo spostandosi verso nord. Insomma: una bella giornata d’agosto dell’anno 1913“, citando Musil: troppo sereno per andar bene.

Al tramonto, appena apparecchiato sotto il patio, tutto pronto per la prima cena all’aperto, ci sorprende qualcosa che per noi umani contemporanei è forse ben peggio del minimo barometrico che porta a burrasca: il black out. Ma (attenzione) non un normale black out, di quelli da overload estivo, no: «Furto di due chilometri di cavi elettrici della linea aerea dell’Enel che hanno completamente isolato la provincia», ci disse al telefono il pronto ex-contadino (che saluto).

«Bene», dissi, «Che ci vuole, ora, a risistemare?», domattina metteranno a posto, magari appena tornati dal mare avremo la luce e fine.

«Ma», rispose quello, «probabilmente un dieci, quindici giorni…», il baratro, il tunnel senza la luce.

Non sapevo se piangere o dannarmi per quella scelta estrema, dettata dalla povertà ma anche dal voler presentare ai miei figli un modello più vero, un modo di vivere diverso; perché è quello, è per quello che due si separano: per un black out.

Senza frigo, senza luce, senza possibilità di caricare gli smartphone (già isolati da internet). Decisi di riunire il consiglio di famiglia, prendermi questa vagonata di insulti e tornare, al buio, a casa.

Non feci però in tempo ad aprire bocca che il grande urlò: «Facciamo che siamo al campeggio!», e l’altra: «Sì! Il campeggio dei uomini primitivi!».

Ero incredulo. Il latifondista sarebbe arrivato a minuti con delle candele, nel frattempo provai a elaborare un nuovo scenario: quanto avremmo resistito in quella condizione di precarietà “post-nucleare”?

«Ragazzi», provai a dire, «credo che dovremmo torn…»

«Guarda! Le lucciole!»

«Che meraviglia!»

«Papi, rimaniamo! Dai! Sarà divertente!»

«Guarda! Quante stelle! Non le ho mai viste! MAI!»

Tirai un sospiro nei brividi delle braccia, tra emozioni e brezza della sera. Ci saremmo svegliati con l’alba, come i uomini primitivi. Distesi due teli nel prato e ci sdraiammo. Li abbracciai. Tante stelle, davvero, non le avevo viste mai neanch’io.

Silenzio

«E se le notte ci attaccano gli insetti?»

ZAN-ZAN!